Gilmar ha debiti per 37,2 milioni di euro: la contrazione dei ricavi dai marchi in licenza tra le ragioni della crisi

Gilmar Divisione Industria spa, il 7 ottobre, mediante ricorso ex art. 19 Ccii depositato presso il Tribunale di Rimini, ha chiesto la conferma delle misure protettive di cui all'art. 18 del Codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza (Ccii) nei confronti di tutti i creditori, esclusi i lavoratori, nell’ambito del procedimento di Composizione negoziata della crisi d’impresa. Il Tribunale di Rimini ha fissato al 24 novembre, alle 9, l'udienza per la conferma delle misure protettive ex art. 19 Ccii nell'ambito del piano di risanamento. I creditori, come si legge sul sito di Gilmar, hanno facoltà di depositare, presso la Cancelleria del Tribunale di Rimini, memoria difensiva entro il termine di 5 giorni prima dell'udienza.

L’obiettivo dell’atto dell'azienda, che ha sede sede a San Giovanni in Marignano (Rimini) ed è conosciuta per i marchi “N°21”, “Paolo Pecora” e Iceberg, è richiedere la conferma giudiziale delle misure protettive del patrimonio ex art. 18 Ccii nei confronti della generalità dei creditori.

Al 31 luglio 2026 la società presentava un indebitamento complessivo pari a 37,2 milioni di euro

L'azienda fino all’esercizio 2019 ha conseguito un valore della produzione in costante crescita (nel 2019 pari ad euro 95,9 milioni) con generazione di un Ebitda positivo (nel 2019 per euro 3,5 milioni) e un risultato operativo costantemente in utile. Il trend positivo si è interrotto nel 2020 con una riduzione del 44% del valore di produzione in un solo esercizio e un Ebitda negativo per euro 10,4 milioni.

Iceberg Ss 26 Credits: Launchmetrics/spotlight

L'azienda ha un organico di 256 dipendenti

L’azienda, guidata dal presidente e amministratore delegato Silvano Gerani e dal vicepresidente e amministratore delegato Paolo Gerani, conta 256 dipendenti diretti (al 31 luglio 2026) e si avvale di un indotto di circa 160 terzisti (i cosiddetti fasonisti), rappresentati da artigiani e piccole imprese specializzate nel confezionamento di capi di abbigliamento di alta qualità.

La distribuzione avviene attraverso una rete composta da negozi monomarca, corner shop e numerosi outlet dedicati ai diversi brand, con particolare presenza dei marchi Icberg e N 21 sia in Italia, sia sui mercati esteri, tra cui Europa, Medio Oriente, Asia, Cina. "La società dispone inoltre di una significativa piattaforma di ecommerce diretto, operativa attraverso il sito iceberg.com e i portali ufficiali dei singoli marchi, che consente la commercializzazione delle collezioni sui mercati internazionali", si legge nel ricorso presentato il 7 ottobre.

Le ragioni della crisi

Come si legge nel documento, la società ha mantenuto una redditività operativa positiva sino al 2019. A partire dal 2020 si è invece determinata una situazione di squilibrio, dovuta principalmente al dimezzamento dei volumi di attività, che non è stato compensato dal significativo ridimensionamento dei costi di struttura.

Il management menziona le cause endogene ed esogene all'origine delle difficoltà. Tra queste ultime, fattori di mercato: "la pandemia da Covid-19 e le relative misure di contenimento adottate dal Governo nel corso degli anni 2020 e 2021 hanno determinato una contrazione dei consumi, aggravata ulteriormente dal successivo scoppio del conflitto russo-ucraino, che ha coinvolto aree storicamente rilevanti per il posizionamento dei marchi, oltre che dall’aumento dei costi energetici e dai mutamenti dei rapporti di cambio sulle esportazioni extra europee", spiega il documento.

La contrazione dei ricavi dai marchi in licenza: la contrazione della domanda registrata nel comparto wholesale multimarca causato dalla riduzione del numero di operatori indipendenti, dalla compressione degli ordinativi e dall’allungamento dei tempi di decisione d’acquisto ha avuto un impatto rilevante sui ricavi.

E ancora, la cessazione di linee e licenze storiche: la progressiva riduzione sino alla cessazione della produzione dei marchi, gestiti in licenza, Missoni e Siviglia per iniziativa dei licenzianti, che ha comportato la perdita di ricavi annui nell’ordine di 25 milioni di euro.

Anche la progressiva internalizzazione delle attività produttive da parte delle principali maison, unitamente alla crescente concentrazione delle commesse su un numero più ristretto di fornitori qualificati, ha ulteriormente ridotto gli spazi di mercato per gli operatori indipendenti.

Tra le cause endogene vengono citate l’elevata leva operativa: la struttura industriale della società, costituita da un complesso produttivo integrato di oltre 35.000 metri quadrati e da un organico di 256 dipendenti alla data di riferimento del 31 luglio 2026, era stata dimensionata in funzione di volumi di attività stimati, per il quinquennio 2025-2029, in un fatturato medio annuo di circa euro 85 milioni.

Il dimezzamento dei volumi ha modificato in misura significativa questo equilibrio con conseguente sovradimensionamento della struttura aziendale rispetto ai livelli di fatturato conseguiti, nonostante gli interventi di riduzione dei costi attuati negli ultimi esercizi.


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