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Grant Thornton: il Covid-19 spinge le imprese ad andare all'estero

Scritto da Isabella Naef

31 mar 2021

Le imprese italiane guardano oltre confine per la crescita del fatturato. Nel dettaglio, nel secondo semestre 2020, il 34 per cento delle imprese del mid-market (+8 per cento) prevede di aumentare i propri ricavi dai mercati esteri per i prossimi 12 mesi (Italia +6 per cento, Eurozona +3 per cento) Gli Stati Uniti guidano la spinta all’internazionalizzazione con il 44 per cento delle imprese spinte dalle mire espansionistiche (+16 per cento).

La delocalizzazione della forza lavoro risulta tra i principali effetti che hanno trainato il cambiamento

Questi i dati emersi dall’analisi del network di consulenza internazionale Grant Thornton, “Globalisation is go again”. Come anticipato l’Italia segue il trend globale, seppur con una crescita più contenuta (+6 per cento), passando dal 18 al 24 per cento nel secondo semestre 2020, seguita dall’Eurozona che, dopo il 21 per cento registrato nel primo semestre, cresce di tre punti percentuali al 24 per cento. Non solo, un numero significativamente maggiore di imprese prevede di aumentare il numero di dipendenti dislocati nei mercati esteri (29 per cento, rispetto al 21 per cento del primo semestre 2020), e di ricorrere maggiormente ai mercati di sbocco (sia sul fronte dei clienti, sia su quello dei fornitori) internazionali (30 per cento contro 24 per cento) nei prossimi 12 mesi.

Passando al dettaglio dei vari Paesi, emergono delle differenze significative a livello macro-regionale. Le imprese nordamericane stanno guidando la spinta all’internazionalizzazione, in particolare gli Stati Uniti con il 44 per cento delle imprese impegnate a espandere il proprio business all’estero (+16 per cento rispetto il primo semestre), ma anche i mercati emergenti dell’America Latina (37 per cento, dopo il 32 per cento della prima metà dell’anno) e dell’Asean (42 per cento contro 35 per cento) si stanno concentrando sulle opportunità offerte dall’internazionalizzazione.

Al contrario, si legge nello studio, le imprese dell’Apac (17 per cento) si sono mostrate più restie ad abbracciare questa nuova tendenza (registrando una crescita del 5 per cento) come anche l’Eurozona dove, a causa del perdurare delle restrizioni e del blocco alle importazioni dall’estero, il dato è salito del solo 3 per cento, passando dal 21 al 24 per cento.

"Interessante notare come il Covid-19 abbia indirizzato, seppur in modo diverso, la scelta del mercato di fascia media a focalizzarsi sui mercati internazionali", hanno sottolineato gli esperti di Grant Thornton. Circa un quarto delle imprese esaminate a livello mondiale (23 per cento) sostiene di aver iniziato a incrementare la propria propensione espansionistica solo dopo l’inizio della pandemia, in Europa il 16 per cento e in Italia si abbassa ulteriormente al 7 per cento. Una quota maggiore (35 per cento) ritiene che il Covid-19 abbia fornito una spinta ad accelerare i piani di internazionalizzazione, mentre il numero più alto (41 per cento) ha dichiarato di aver modificato le politiche di transfer pricing nel corso della pandemia (Eurozona 33 per cento e Italia 36 per cento). Sia in Italia (39 per cento), sia nell’Eurozona (36 per cento) è più rilevante la percentuale di imprese che sono state attive sul piano della spinta all’internazionalizzazione già prima dell’arrivo della pandemia.

La delocalizzazione della forza lavoro risulta tra i principali effetti che hanno trainato il cambiamento: lo studio di Grant Thornton indica alcuni fattori chiave che, a causa degli impatti del Covid-19, hanno spinto le imprese ad aumentare la presenza dei propri dipendenti all’estero. A livello globale, il 41 per cento delle imprese del mid-market identifica questa strategia come occasione per creare nuove opportunità, anche grazie all’uscita dal mercato (a causa della crisi) dei concorrenti. Il 37 per cento associa tale fenomeno ai programmi di stimolo del governo alle iniziative di investimento nei mercati esteri (circostanza, questa, confermata anche dalla maggioranza delle imprese italiane e da quelle della zona Euro, entrambe al 36 per cento). Altro importante incentivo all’internazionalizzazione per le imprese risiede nella domanda proveniente dai mercati d’oltre confine che, il 36 per cento delle imprese, considera rafforzata a causa agli effetti della pandemia sul mercato esterno. Un altro 33 per cento indentifica come opportunità in tale contesto la maggiore facilità nel trasferire prodotti e servizi a livello internazionale, e una quota leggermente inferiore, il 31 per cento, ha imputato tale fenomeno ai più bassi livelli di concorrenza.

Analizzando il modo in cui il Covid-19 ha indotto il mid-market ad aumentare l’attenzione sulla catena di approvvigionamento e di sbocco internazionale, emergono anche qui una serie fattori determinanti: il maggior vantaggio risiede nella possibilità di assicurarsi prezzi e condizioni contrattuali migliori da fornitori e acquirenti stranieri, riferito dal 43 per cento delle imprese, mentre il 41 per cento identifica tale vantaggio nel maggior supporto governativo ricevuto durante lo stato di emergenza (in Eurozona il 37 per cento e in Italia il 25 per cento).

Foto: Pexels