La strategia di Boggi Milano che da insegna retail si è trasformata in marchio internazionale presente in 74 Paesi
Un successo basato sulla capacità di trasformare un'insegna in un marchio, una crescita sana (l'azienda ha archiviato il 2025 con fatturato di circa 364 milioni di euro, in crescita del 10% rispetto al 2024, con un Ebitda pari al 17%), una visione internazionale che dopo Italia ed Europa ha portato l'etichetta in Usa e in Medio Oriente, e un legame con lo sport che si rafforza anno dopo anno: Boggi Milano, azienda fondata nel 1939 e acquisita nel 2003 dalla famiglia Zaccardi, rappresenta una storia imprenditoriale interessante che ha saputo coniugare lo stile made in Italy con le esigenze di un consumatore internazionale. FashionUnited ha intervistato Claudio Zaccardi, presidente e ceo di Boggi Milano, per approfondire strategia e obiettivi dell'azienda.
Partiamo dai numeri e dai mercati: qual è oggi la mappa del vostro fatturato e su quali Paesi puntate per il futuro?
Nel 2026 puntiamo a una crescita globale di circa il 10%, sfiorando i 400 milioni di fatturato. L'Italia rimane il nostro primo mercato, ma non è più predominante: oggi rappresenta meno del 40% del fatturato. L'Europa va molto bene complessivamente, con Spagna, Germania e Inghilterra in testa, anche se in Uk nel 2026, per la prima volta, registriamo una leggera flessione. Un'area chiave per noi è il Medio Oriente, gestita tramite partner, che ha sofferto a inizio anno a causa dei conflitti ma sta già mostrando segnali di ripresa. Anche gli Stati Uniti sono un mercato molto importante per noi. Oggi abbiamo quattro store diretti, tre a New York e uno a Miami, e una decina di shop-in-shop da Bloomingdale's. Il nostro obiettivo è aprire tre negozi all'anno negli Usa.
Avete recentemente introdotto la linea donna tramite alcune capsule collection. Come è stata accolta questa linea e quale sarà la sua evoluzione?
È andata benissimo. Siamo partiti con 40 capi la prima stagione, 60 la seconda e arriveremo a 80 nella terza. Per ora la distribuiamo in una dozzina di nostri negozi di grandi dimensioni. L'obiettivo è proporre giacche e capi di qualità perfettamente integrati e in sintonia con la collezione maschile. Tra l'altro, il pubblico femminile è fondamentale: 90 volte su 100 la donna accompagna l'uomo nei nostri store e nella gran parte dei casi guida le decisioni d'acquisto. Proprio per questo curiamo molto la formazione dei nostri addetti tramite la Boggi Milano Academy interna, affinché sappiano spiegare al cliente il valore del prodotto, la scelta dei tessuti e la costruzione del capo.
Negli ultimi tempi avete legato il brand Boggi Milano al mondo dello sport, dalla Fifa al golf. Qual è la strategia dietro queste partnership?
C'è una grandissima sintonia tra il nostro cliente ideale e chi ama o pratica lo sport. La partnership con la Fifa ci ha dato una visibilità internazionale straordinaria e il prossimo anno vestiremo anche i Mondiali femminili con una nuova capsule dedicata. Collaboriamo inoltre con figure di primo piano dello sport come il golfista Edoardo Molinari, per esempio. A differenza dei singoli testimonial del mondo dello spettacolo o degli influencer, legarci a organizzazioni e discipline sportive ci permette di condividere valori universali e sani, rafforzando la brand awareness a livello globale senza i rischi legati alle singole personalità.
In che modo l'intelligenza artificiale sta impattando sui vostri processi aziendali e sulla gestione dell'ecommerce?
È un tema su cui stiamo lavorando molto, pur mantenendo i piedi per terra. Oggi usiamo l'Ia concretamente per il riassortimento dei negozi dal magazzino centrale e nella fase stilistica, dove l'intelligenza artificiale ci permette di visualizzare rapidamente render fotografici dei look. Per l'online e le foto prodotto ci aiuterà molto in futuro, anche se riteniamo che sul mercato ci sia ancora molta teoria e poca concretezza operativa quando si affrontano i problemi reali della produzione.
Da quando avete rilevato Boggi nel 2003, allora con 20 negozi sul territorio italiano, avete trasformato l'azienda in un brand globale, presente in 74 Paesi, con 330 punti vendita. Qual è il segreto di questo successo?
Il segreto è stato trasformare un'insegna retail in un vero e proprio brand con un'identità precisa e un lifestyle definito. Abbiamo aggiunto "Milano" al marchio perché Milano rappresenta un punto di riferimento ineguagliabile per l'eleganza maschile. Per vincere all'estero, tuttavia, abbiamo dovuto evolvere lo stile: il cliente milanese è molto conservatore, mentre all'estero serve una collezione più trasversale e internazionale. Inoltre, abbiamo superato il mito retorico del "made in Italy" inteso solo come manifattura locale: la nostra forza sta nell'idea, nel gusto e nel design italiano, combinati con la selezione dei migliori tessuti italiani per gli abiti e l'affidamento della produzione a manifatture internazionali altamente certificate. Puntiamo su una crescita sana e sostenibile che ci consente di essere pronti a cogliere le nuove opportunità non appena il quadro geopolitico globale ritroverà stabilità.
OPPURE ACCEDI CON