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Menswear: 2021 a +15,2 per cento

Scritto da FashionUnited

14 giu 2022

Business

Pexels, Tima Miroshnichenko
Per la moda maschile italiana il 2021 si archivia con una crescita del +15,2 per cento, insufficiente tuttavia a ripianare le perdite del 2020. Questi i dati diffusi in apertura di Pitti Uomo, kermesse in scena alla Fortezza da Basso di Firenze, da oggi, 14 giugno, fino a venerdì, 17 giugno.

Guardando in numeri analizzati dal Centro studi di Confindustria moda per Sistema moda Italia, lasciatosi alle spalle un 2020 archiviatosi con un calo del -19,5 per cento, nel 2021 il menswear ha sperimentato, come del resto la filiera tessile-abbigliamento nel suo complesso, un pronto recupero. Il bilancio 2021 della moda maschile italiana (aggregato che, si ricorda, comprende l’abbigliamento in tessuto, la maglieria esterna, la camiceria, le cravatte e l’abbigliamento in pelle) risulta, quindi, positivo con riferimento a tutte le variabili in esso monitorate. Più in dettaglio, il fatturato settoriale è cresciuto su base annua del +15,2 per cento, tornando così a superare i 9,4 miliardi di euro. A consuntivo, dunque, il risultato supera le stime rilasciate in occasione della scorsa edizione di Pitti Uomo (gennaio 2022), allorquando si era stimata in via prudenziale una dinamica nell’ordine del +11,9 per cento. La performance, tuttavia, non è stata sufficiente a colmare le perdite rispetto ai livelli del 2019: degli oltre 1,9 miliardi persi nel corso del 2020, resta ancora un gap di quasi 740 milioni (-7,3 per cento). In altre parole, il turnover 2021 risulta inferiore del -7,3 per cento rispetto a quello pre-pandemico. Del resto, non tutte le merceologie di cui si compone la moda maschile hanno sperimentato lo stesso slancio.

Solo la maglieria ha messo a segno un superamento dei livelli del 2019

Solo la maglieria, vista la vivacità che ne ha caratterizzato la domanda nel modello di consumo post-pandemia, ha messo a segno un superamento dei livelli del 2019; all’opposto, confezione, camiceria e abbigliamento in pelle, nonostante le buone performance del 2021, sono rimasti al di sotto dei valori del 2019. Il segmento delle cravatte, infine, decelera sensibilmente rispetto al tasso di caduta accusato nel 2020, ma resta interessato da una dinamica riflessiva anche nel 2021.

La maglieria uomo, da un’incidenza del 33,4 per cento del 2020 passa al 35,7 per cento del 2021; allo stesso tempo, la confezione maschile cala dal 53,6 per cento al 51,7 per cento.

Ciò premesso, la moda maschile concorre comunque al 18 per cento circa del turnover complessivamente generato dalla filiera tessile-abbigliamento a livello nazionale e al 27 per cento circa della sola parte abbigliamento.

Nel corso del 2021 il valore della produzione è stato caratterizzato da una dinamica molto favorevole, su tassi persino più vivaci rispetto a quelli del fatturato, chiudendo i dodici mesi a +18,4 per cento. Anche in tal caso, tuttavia, il livello complessivo risulta inferiore a quello del 2019.

Con riferimento all’interscambio con l’estero, l’export ha mantenuto il suo ruolo di primo piano per la moda maschile italiana, concorrendo al 70,6 per cento del fatturato. Su base annuale le esportazioni di settore fanno registrare una variazione del +13,4 per cento, tornando a superare i 6,6 miliardi di euro. Allo stesso tempo, l’import sperimenta una variazione pari al +7,9 per cento e si porta a 4 miliardi circa. Nel confronto con i livelli pre-pandemici, le esportazioni presentano un divario del -5,5 per cento (poco meno di 390 milioni), le importazioni del -13,9 per cento (in valore assoluto quasi 650 milioni). Viste le suddette dinamiche di export ed import, nel 2021 il settore sperimenta un aumento del saldo commerciale, che oltrepassa i 2,6 miliardi di euro, guadagnando poco meno di 500 milioni di euro nei dodici mesi.

Analizzando il mercato italiano emerge un quadro altrettanto di recupero, ma ancora lontano dai livelli pre-pandemici. Con riferimento all’anno solare 2021, gli acquisti di moda maschile da parte delle famiglie residenti hanno assistito ad una “fisiologica” inversione di tendenza, dopo il crollo del 2020 (-30,1 per cento), raggiungendo una crescita del +22 per cento, come indicano le rilevazioni effettuate da Sita Ricerca per conto di Smi. Rispetto al valore del 2019, il sell-out è, tuttavia, inferiore del -14,7 per cento. Sempre con riferimento all’anno solare, tutti i segmenti qui considerati si sono mossi positivamente: la confezione (che concorre al 54,5 per cento del sell-out di moda maschile) e la maglieria (26,6 per cento) presentano degli incrementi rispettivamente del +19,7 per cento e del +23,1 per cento. Il sell-out della sola camiceria (17 per cento del mercato) cresce del +29,2 per cento, mentre le cravatte segnano una dinamica pari al +14,7 per cento, che porta il prodotto all’1,1 per cento del mercato maschile. Infine, i consumi di abbigliamento in pelle (0,8 per cento della moda uomo) hanno frenato il recupero al +6,8 per cento.

Nel primo trimestre del 2022 prosegue il trend positivo del commercio con l’estero

Nel primo trimestre del 2022 prosegue il trend positivo del commercio con l’estero della moda maschile italiana. Pur tuttavia, export e import presentano rispettivamente un rallentamento e, viceversa, un’accelerazione del ritmo di crescita rispetto a quello con cui si è chiuso lo scorso anno. Sulla base degli ultimi dati Istat recentemente diffusi, il gennaio-marzo vede infatti un export settoriale in aumento del +6,3 per cento, per un totale di oltre 1,7 miliardi di euro, e, allo stesso tempo, un import in crescita del +22,6 per cento, per un totale di quasi 1,4 miliardi di euro. Nonostante la performance favorevole, i valori di interscambio della moda maschile restano ancora inferiori a quelli del primo trimestre 2019 (-4 per cento per l’export, -3,7 per cento l’import) finendo però per contenere la flessione rispetto a quanto rilevato nel primo bimestre dell’anno, mentre superano i valori del gennaio-marzo del 2020, già interessati dai primi contraccolpi della pandemia.

In termini di prodotto, nel primo trimestre 2022 crescono le vendite estere di tutti i diversi prodotti qui in esame, a esclusione dell’abbigliamento confezionato (-14,4 per cento).

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