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Report Mediobanca: Lvmh, Nike e Inditex prime per ricavi

Scritto da Isabella Naef

3 nov 2022

Business

Courtesy of Prada, ss 23
I dati dei primi sei mesi del 2022 hanno segnato per i maggiori player mondiali della moda un incremento del giro d’affari del 15 per cento. Il mercato europeo ha spinto di più (+24 per cento) insieme con quello americano (+19 per cento, trainato dagli Stati Uniti), mentre l’Asia è stata penalizzata dalle restrizioni legate al Covid-19 (+3 per cento). Questi i dati contenuti nel nuovo report sul Sistema moda mondo dell'area studi Mediobanca. Lo studio analizza i dati finanziari delle 78 maggiori multinazionali della moda con ricavi superiori a un miliardo di euro ciascuna, di cui 35 hanno sede in Europa, 29 in Nord America, 12 in Asia e due in Africa. Viene fornito, inoltre, un approfondimento sulla sostenibilità.

Prima tra gli italiani Prada, seguita da Calzedonia Holding, Moncler e Giorgio Armani

Nonostante l’attuale scenario macroeconomico, si legge in una nota, per l’intero 2022 le aspettative restano positive: i primi dati, rilasciati in questi giorni, indicano una crescita media del fatturato del 18 per cento (+15 per cento a cambi costanti) nei primi nove mesi 2022. Le multinazionali della moda sono supportate da fondamentali solidi e stanno incrementando i propri listini (+6 per cento in media previsto nel 2022) in risposta ai rialzi dei costi produttivi (materie prime, mano d’opera e logistica) nonché alle pressioni valutarie. Innovazione e sostenibilità si confermano le principali leve per lo sviluppo del settore e il mercato asiatico resta di primaria importanza, con un’attenzione particolare alle generazioni più giovani e ai consumatori cinesi.

Nel 2021 le 78 maggiori multinazionali della moda hanno fatturato complessivamente 497 miliardi di euro (+26 per cento sul 2020, superando dell’8,5 per cento i livelli pre-pandemici), di cui il 57 per cento generato dai player europei e il 33 per cento dai nordamericani. Fra i 35 gruppi europei, l’Italia con le sue nove big è il paese più rappresentato a livello numerico, ma è la Francia, con una quota del 40 per cento del fatturato aggregato, ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari davanti a Germania (12 per cento) e Regno Unito (11 per cento), con l’Italia al 6.

Al primo posto per ricavi tra i colossi mondiali si conferma Lvmh (64,2 miliardi). Seguono Nike (41,2 miliardi), la spagnola Inditex (27,7 miliardi) che controlla Zara, la tedesca Adidas (21,2 miliardi), EssilorLuxottica (19,8 miliardi), la svedese H&M (19,4 miliardi) e il gruppo svizzero Richemont (19,1 miliardi). Prima tra gli italiani Prada (3,4 miliardi), al 33esimo posto in classifica, seguita da Calzedonia Holding (46esima posizione), Moncler (52esima) e Giorgio Armani (54esima).

L’incremento dei ricavi nel 2021, rispetto ai livelli pre-pandemici, vede primeggiare la britannica Farfetch (+90,5 per cento) davanti alla statunitense Crocs (+87,9 per cento). Farftech, fondata nel 2007, è anche la società più giovane, seguita dalle connazionali Boohoo (2006) e Asos (2000) e dalla stessa Crocs (1999).

Anche la redditività supera i livelli pre-crisi: ebit margin aggregato al 15,8 per cento dal 9,1 per cento del 2020 e 13,1 per cento del 2019. Hermès si conferma al primo posto (ebit margin al 40,1 per cento), davanti a Chanel (35,3 per cento) ed Lvmh (31,7 per cento al netto della divisione “selective retailing”). Seguono Crocs (29,6 per cento), Kering (28,4 per cento) e Moncler (28,3 per cento), prima italiana in classifica.

In rialzo, ma ancora al di sotto dei livelli del 2019, gli investimenti: +20,6 per cento sul 2020 e -5,9 per cento sul 2019. Solo i gruppi asiatici hanno investito con intensità superiore (+22,7 per cento sul 2019), mentre i player europei si fermano al -6,0 per cento e quelli nordamericani arretrano tre volte tanto (-22,6 per cento).

Al contrario, gli acquisti di azioni proprie si sono intensificati superando i livelli pre-pandemici (+31,6 per cento sul 2019), con un’accelerazione per i gruppi europei quasi doppia rispetto a quelli nordamericani (51,7 per cento vs 26,8 per cento) cui, però, è attribuibile il 71 per cento degli acquisti complessivi.

La distribuzione di dividendi resta allineata ai livelli pre-crisi, con l’eccezione dei player europei che hanno remunerato gli azionisti in misura lievemente maggiore (+3,3 per cento).

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