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L'impatto del coronavirus sulle aziende della moda e sul lusso

Scritto da Isabella Naef

6 feb 2020

Fiere cancellate o posticipate come, per esempio, Chic Shangai, blocco delle merci e della circolazioe, contrazione dei fatturati delle aziende del lusso che vendono capi e accessori ai clienti cinesi sia nel quadrilatero della moda di Milano, sia nelle metropoli cinesi e nelle capitali europee, difficoltà di approvvigionamento per i marchi che hanno da tempo delocalizzato la produzione in Cina: sono queste le tangibili e immediate conseguenze del coronavirus, pandemia che ha causato quasi 500 morti.

Tra le conseguenze della diffusione del coronavirus per le aziende, la più immediata è il blocco della supply chain

Secondo Mark William Lowe, socio dell'Anra, Associazione nazionale risk manager, e membro dell’advisory board di Pyramid Temi Group, tra le conseguenze della diffusione del coronavirus per le aziende, la più immediata è il blocco della supply chain, che può tuttavia essere evitato se è stata preventivamente attuata la procedura dei Geoaudit, che permette di identificare i potenziali rischi legati all’esposizione internazionale ed elaborare soluzioni efficaci.

"Da un punto di vista economico, lo scenario è estremamente delicato: la sola città di Wuhan, importante snodo di distribuzione e fornitura nel settore hi-tech e automobilistico, rappresenta l’1,6 per cento del Pil nazionale, e il suo isolamento sta causando notevoli difficoltà al comparto produttivo", ha detto Lowe, in una nota. Il compito del risk manager, a questo punto, è quello di monitorare il rischio di cambiamento, per cercare di anticipare il momento in cui può comparire un problema, ed elaborare non solo un piano B in caso di blocco, ma anche con un piano C che garantisca il regolare transito delle merci.

Certo, le aziende della moda hanno tempistiche e stagionalità diverse rispetto all'hi-tech ma il problema è reale anche per queste aziende.

Secondo la Banca mondiale la quota della Cina sul Pil mondiale è quadruplicata, passando dal 4 al 16 per cento

"Inoltre, S&P Global Ratings ha stimato una decrescita del Pil nazionale cinese di 1,2 punti percentuali, che impatterebbe in maniera considerevole sul mercato globale", ha aggiunto Lowe. Quella del possibile effetto a catena del peggioramento dell'economia cinese sulle altre economie è un aspetto messo in rilievo anche dall'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Secondo la Banca mondiale il Pil cinese oggi è otto volte più grande del 2003, quando il continente fu investito dalla Sars, e da allora la quota della Cina sul Pil mondiale è quadruplicata, passando dal 4 al 16 per cento. Pechino rappresenta la seconda economia più grande del mondo e un motore chiave della crescita economica globale. Perciò qualsiasi fattore negativo la coinvolga si rifletterà anche ad altre latitudini, afferma l'Ispi. E' dello stesso avviso anche la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, che ha sottolineato: "l’epidemia probabilmente rallenterà la crescita economica mondiale nel breve periodo. Quanto al lungo periodo, è ancora troppo presto per dirlo”.

Dati alla mano, va detto che nel primo giorno dalla riapertura delle borse dopo il Capodanno lunare, Shanghai ha perso il 7,72 per cento e Shenzhen l’8,41 per cento. Si tratta dei tassi peggiori dal 2015.

Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale: "l’epidemia probabilmente rallenterà la crescita economica mondiale nel breve periodo"

"Se Pechino comincia a fare i conti con gli effetti economici dell’epidemia, nel resto del mondo i contraccolpi commerciali seguono principalmente due direttrici: la riduzione di esportazioni verso la Cina e il venir meno della spesa turistica dei cinesi all’estero", spiega l'Ispi. In questo contesto, sicuramente, le aziende del lusso, siano quelle del quadrilatero della moda, sia quelle in Europa, ne risentiranno in maniera sensibile.

Inoltre, come accennato, le fiere delle moda, sono un altro comparto che subirà il contraccolpo della pandemia. Quelle in Cina sono posticipate o annullate e quelle in Europa perderanno, almeno al momento, i compratori cinesi. Camera della moda italiana, in vista della settimana della moda che partirà a Milano il 18 febbraio, ha dato vita al progetto "China, we are with you” con la finalità di costruire un ponte tra Italia e Cina, portando la Milano fashion week in Cina, attraverso live streaming e contenuti speciali, per dare un segnale di vicinanza e positività in questo momento di grande difficoltà.

Anche Pitti Immagine sta pensando a un'iniziativa analoga, che sfrutti il suo know how maturato con le fiere digitali. "Per le fiere di giugno stiamo pensando di sfruttare il digitale per tenere aggiornati compratori che non potranno essere presenti a causa della pandemia, sempre che la situazione non si risolva prima", ha sottolineato Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine, durante la presentazione della kermesse Super, che si svolgerà a Milano dal 20 al 23 febbraio.

La contrazione del fatturato delle tante aziende del lusso che vendono capi e accessori ai clienti cinesi sia nel quadrilatero della moda di Milano, sia nelle metropoli cinesi e nelle capitali europee è una realtà, tant'è che molte griffe hanno già cominciato a metterlo in bilancio. Capri Holdings, cui fanno capo i brand Michael Kors, Versace e Jimmy Choo, per esempio, ha tagliato le sue stime annuali di circa 100 milioni di dollari in ragione dell'impatto del coronavirus sulle vendite.

Diversi i marchi, come Adidas per citarne uno, che hanno chiuso parte dei negozi in Cina a causa del rallentamento del traffico negli store.

Foto: Pexels