Ieri, a Firenze, gli studenti di Polimoda hanno portato in passerella passione e creatività
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Ieri pomeriggio, alla Manifattura Tabacchi di Firenze, venti designer per quindici diverse nazionalità hanno portano in passerella la visione della moda. Il talento e la passione degli studenti di Polimoda hanno lavorato per mesi, nel Manifattura campus, presso spazi, laboratori e atelier, allestiti proprio come quelli delle aziende della moda, maggiormente all'avanguardia, messi a disposizione dalla prestigiosa scuola fiorentina, per arrivare pronti alla sfilata di ieri.
Le collezioni esprimono un approccio alla moda personale e socialmente consapevole e danno il via a Pitti Uomo, che apre oggi a Firenze, e poi alla settimana della moda uomo di Milano, al via venerdi prossimo.
Il graduate show è il punto d'arrivo di quattro anni di formazione: un percorso in cui studenti provenienti da tutto il mondo hanno scelto Firenze e l'Italia per costruire il proprio linguaggio creativo, partendo dalle proprie radici culturali e traducendole in collezioni pronte per l'industria. La moda come strumento per raccontare memorie, identità e visioni, al debutto professionale di una nuova generazione di designer.
Ogni capo è stato ideato, sviluppato e realizzato nei laboratori del Manifattura Campus, sotto la guida di alcuni dei professionisti del settore. Novità dell'edizione 2026, la mentorship dei direttori creativi Luke e Lucie Meier, tornati nella scuola in cui si sono formati e conosciuti venticinque anni fa, per affiancare il direttore Massimiliano Giornetti, insieme ad An Vandevorst e alla faculty, per guidare lo sviluppo delle collezioni. La visione del mondo di una nuova generazione
Gli abiti non si limitano a essere capi da indossare, ma diventano dichiarazioni emotive e concettuali, testimonianza di una generazione che utilizza la moda per elaborare, interpretare e dare senso al mondo che ha ereditato.
Isabella "Zaz" Alvarino (Usa) dedica Hot Nerds all'amico scomparso Jay, costruendo silhouette sartoriali in tensione tra eredità maschile e reinvenzione personale. Diana Avetisian (Armenia/Russia) traduce in Another Role le forme delle automobili vintage in silhouette strutturate ed esagerate, esplorando la femminilità come performance continua. Matteo Bardi (Italia) rivendica in Vulnera la vulnerabilità come forma di resistenza, in un dialogo tra la durezza della cultura biker e la delicatezza del sé. Victor Brial (Réunion, Francia) porta in Souvenirs of wandering il racconto di un viaggio verso l'isola di Réunion, traducendo memoria ed esperienza in silhouette morbide e materiali tattili.
Lisa Criaco (Belgio) elabora in The Pressure il lutto per la perdita del padre subacqueo, trasformando la profondità del mare in metafora di discesa e riemersione interiore. Idan David Segal (Israele) costruisce Frame me if you can attorno a un gruppo di anziane facoltose che orchestrano un furto al museo, in un omaggio al massimalismo degli anni Ottanta. Aaron Dillworth (Usa/Giamaica) radica Sun is high so am i I nel calore di Miami e della Giamaica materna: un guardaroba istintivo che porta in sé il senso fisico di un luogo. Emily Horton (Usa) risolve in Being Jew...ish la tensione tra identità ebraica e desiderio di appartenenza nel baseball, intrecciando estetica sportiva e tradizione culturale.
Jirat Jitdee (Tailandia) racconta in Cool back home l'arrivo a Bangkok di ragazzi di provincia fieramente anacronistici, reinterpretando il menswear attraverso proporzioni alterate e riferimenti pop. Evelina Kryvopust (Ucraina) costruisce Un attorno all'archetipo dell'insegnante di pianoforte: disciplina, controllo e la seduzione di una trasgressione che non si compie mai del tutto. Anson Lorence Lin (Taiwan/Sri Lanka) cattura in Packages il momento backstage prima della sfilata come fondamento di un lavoro sulla costruzione del capo come oggetto scultoreo. Vincenzo Junior Marrazzo (Italia) costruisce Il latte delle vergini attorno alla tensione tra purezza e contaminazione, in capi volutamente consumati ispirati a Pasolini e Bataille.
Lusine Mkrtchyan (Armenia) dedica The Parajanov Street al regista Sergei Parajanov, traducendo forme e palette cromatica del suo universo cinematografico in una collezione di carattere devozionale. Jakob Nittmann (Austria) riscopre in Unlearning neutral il coraggio del colore nel menswear settecentesco, portando ricami e stampe storiche in silhouette contemporanee. Isabel Antonia Richter (Germania) esplora in Simulation il confine tra digitale e reale, costruendo per la donna contemporanea silhouette decise in materiali riflettenti tra pelle, nylon e laminazioni. Lucia Romagnoli (Italia) lavora in Ab Umbra Lumen sull'emersione dall'ombra di un altro, con silhouette strutturate anni Settanta e dettagli floreali tridimensionali come atto di graduale affermazione di sé.
Matilde Terranova (Italia) segue in Teenager boys il percorso di adolescenti che trasformano il fuorilegge in linguaggio identitario, con silhouette ibride tra ribellione ed eleganza urbana. Francesca Valivano (Italia) sospende in Nel silenzio dell'attimo il tempo attraverso la metafora degli scacchi, in capi che sembrano cristallizzarsi nel momento prima della risoluzione. Emilie Wenckstern (Germania) chiude con No longer human un'indagine sul corpo nell'era digitale, in bilico tra moda e scultura, tra porcellana screpolata e anatomia costruita. In passerella anche un look di Mari Enomoto, studentessa giapponese del programma di scambio con Voutrail The Fashion Academy.