In Italia la quota di giovani con una laurea è più bassa rispetto all’Europa
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Nel 2024, i giovani tra i 20 e i 34 anni residenti in Italia sono 9 milioni e 101mila: il 17,5% ha al più un titolo secondario inferiore, il 57,5% un titolo secondario superiore (ovvero un diploma) e il 25,1% un titolo terziario (ossia la laurea). In Italia la quota di laureati tra i giovani risulta inferiore rispetto alla media Ue27 (-11,3 punti). Sono queste alcune delle evidenze diffuse dall'Istat in seguito all'esame dei principali risultati del modulo su “Giovani nel mercato del lavoro”, armonizzato a livello europeo, inserito nella Rilevazione sulle forze di lavoro condotta nel corso del 2024.
La popolazione di riferimento del modulo ad hoc è costituita dagli individui tra 15 e 34 anni; tuttavia, l’analisi si concentra sulla fascia di età 20-34 anni, che in Italia rappresenta il target più appropriato per lo studio del mercato del lavoro giovanile e delle opportunità di ingresso in relazione ai livelli di istruzione raggiunti.
Tre giovani diplomati su 10 sono ancora inseriti in un percorso di istruzione
Il 95,6% dei giovani di 20-34 anni che hanno un titolo secondario inferiore è fuori dai percorsi di istruzione, quota che scende al 70,4% tra i diplomati. Il 29,6% dei diplomati sta ancora seguendo un corso di studio; quando si tratta di un titolo che consente l’accesso a un corso terziario (la quasi totalità dei casi), la quota sale al 33,1%, contro il 2,4% tra chi ha un diploma che non consente il passaggio diretto. Tra i laureati, il 25,1% è ancora inserito in un percorso formativo, che nella maggioranza dei casi è costituito da corsi di laurea specialistica/magistrale e, in un caso su cinque, da corsi post-laurea (master, specializzazioni, dottorato).
Nel 2024 il 60,7% dei giovani con un diploma che consente l’accesso a un corso terziario non ha mai intrapreso percorsi di studio di livello più elevato. Il motivo prevalente è la volontà di iniziare a lavorare, dichiarato da oltre sei diplomati su 10; seguono le ragioni economiche (necessità economica di lavorare oppure costi troppo alti per l’iscrizione, l’acquisto dei materiali o il mantenimento agli studi), i motivi familiari e personali, la convinzione che l’istruzione ricevuta sia sufficiente e, in quota residuale, le caratteristiche dell’offerta formativa (ad esempio corsi non interessanti o eccessiva difficoltà del test di ingresso).
Fra le ragioni del mancato proseguimento degli studi, il desiderio di entrare nel mercato del lavoro è più diffuso tra i maschi (69,4%) rispetto alle femmine (57,9%), che più frequentemente riferiscono motivi familiari e personali (12,6% contro il 5,7%) riconducibili in larga parte alle responsabilità familiari. Tra i giovani stranieri, la quota di chi ritiene sufficiente il livello di istruzione raggiunto è quasi doppia rispetto agli italiani (12,6% contro il 6,9%), così come sono molto più elevate le ragioni familiari e personali (19,7% verso 7,6%) e quelle economiche (18,1% contro 13,3%).
Il 6,2% dei diplomati con un titolo che permette l’accesso all'università ha interrotto gli studi
Il 6,2% dei diplomati con un titolo che permette l’accesso a un corso di studio terziario ha interrotto il percorso universitario dopo averlo iniziato; interruzione che, in Italia e soprattutto in Europa, è legata alla difficoltà o al mancato interesse per gli studi intrapresi: nella media europea tale motivazione riguarda una interruzione su due (49,8%) e in quella italiana una su tre (34,3%); in Italia sono infatti più frequenti le interruzioni dovute al desiderio di lavorare (24,5% rispetto al 12,1% nella media Ue 27) e alle ragioni familiari o personali (24,3% e 15,2%).
Il tasso di occupazione dei 20-34enni usciti dai percorsi di istruzione è pari al 70,2%
Nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-34enni si ferma al 57,9%; una parte consistente di questi giovani è infatti ancora inserita in percorsi di istruzione e formazione. Se si restringe il campo di osservazione ai giovani ormai usciti dai percorsi di istruzione e formazione, la quota di occupati sale al 70,2% e appare evidente il vantaggio che una maggiore istruzione dà nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione dei 20-34enni con al più un titolo secondario inferiore è pari al 56,2%, sale al 71,1% tra i giovani con diploma e raggiunge l’82,2% tra coloro con titolo terziario.
D’altra parte, i giovani non occupati con un basso livello d’istruzione sono più spesso inattivi, il tasso di inattività è al 32,2% contro il 19,8% dei diplomati e l’11,4% dei laureati, o disoccupati, il tasso di disoccupazione è pari al 17,1%, rispetto all’11,3% tra i diplomati e al 7,2% tra i laureati.
Il tasso di occupazione aumenta con l’età e la differenza risulta piuttosto marcata: dal 61,1% nella classe di età 20-24 anni, al 71,4% tra i 25-29enni, fino al 73,7% tra i 30-34enni. Le differenze persistono anche se si considerano solamente i titoli terziari: il tasso di occupazione passa dal 79,7% per la classe di età 25-29 anni all’86,3% per quella 30-34 anni.
Tra i giovani uomini il 77,4% è occupato, quota che scende al 61,9% per le donne. Al crescere del titolo di studio posseduto, il divario occupazionale di genere si riduce decisamente: la differenza tra i tassi di occupazione maschili e quelli femminili passa da 34,1 punti per i titoli di studio più bassi a 17,8 punti per quelli medi, a 4,1 punti tra chi possiede un titolo terziario. La stessa evidenza caratterizza la differenza di genere nei tassi di disoccupazione: passa da 7,2 punti tra i titoli più bassi a 4,0 per i medi e 0,4 punti per i più elevati.
La partecipazione al mercato del lavoro dei giovani residenti nelle regioni del Mezzogiorno è decisamente più bassa rispetto al resto del Paese, associandosi a un tasso di disoccupazione più che doppio (20,5% contro 9,8% e 6,3% rispettivamente) e a un più elevato tasso di inattività (nel Mezzogiorno è superiore di 15,1 punti rispetto al Centro e di 18,9 punti in confronto al Nord). Questi indicatori segnalano le maggiori difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro per i giovani residenti nel Mezzogiorno: è occupato il 54,0% dei 20-34enni, contro il 74,9% del Centro e l’81,4% del Nord.
Le distanze si riducono, ma rimangono importanti, tra chi ha un titolo di studio elevato: nel Mezzogiorno il tasso di occupazione dei laureati è pari al 70,7% (82,3% nel Centro e 88,7% nel Nord) e quello di disoccupazione al 12,7% (6,6% e 4,7%). Infine, il più basso tasso di occupazione dei giovani nati all’estero rispetto ai nati in Italia è sintesi di un tasso di occupazione più elevato (di 6,3 punti) tra gli uomini (82,6% e 76,3%) che non riesce a compensare il valore di 20,6 punti inferiore tra le donne (45,0% rispetto a 65,6% per le nate in Italia).
Nel confronto con l’Europa, i maggiori divari nelle prospettive occupazionali dei giovani non più in formazione si registrano tra coloro che possiedono un titolo di studio medio o alto: il tasso di occupazione tra i 20-34enni è di 1,3 punti inferiore a quello europeo per chi possiede al più un titolo secondario inferiore, differenza che sale a 9,0 punti tra i titoli secondari superiori e a 5,9 punti tra chi ha un titolo terziario.
Diffusa la percezione di una condizione di sovraistruzione rispetto alla professione svolta Il modulo ad hoc dell’indagine ha rilevato la percezione soggettiva dell’intervistato riguardo alla corrispondenza tra il livello di istruzione posseduto, l’area disciplinare del titolo di studio, le competenze complessive in suo possesso e l’attuale lavoro (se occupato) o il lavoro precedentemente svolto (se non occupato).
La sovraistruzione è elevata anche nel settore del commercio
La mancata corrispondenza tra il livello di istruzione conseguito dal lavoratore e quello necessario per la professione svolta (fenomeno che prende il nome di sovraistruzione nel caso il primo sia superiore al secondo) può essere sintomo sia di una lenta risposta del sistema di istruzione e formazione alle esigenze del mercato del lavoro sia di una scarsa capacità da parte del mercato del lavoro di assorbire le risorse umane disponibili, spiegano gli esperti dell'Istat.
Nel 2024, il 60,7% dei diplomati e il 71,5% dei laureati occupati o con una precedente esperienza lavorativa dichiara adeguata al proprio grado di istruzione la professione (o l’ultima professione) svolta; entrambe le quote sono inferiori a quelle medie Ue27 (67,7% e 73,7%). Minore anche la quota di sottoistruiti, ossia di chi dichiara che per il lavoro svolto sarebbe necessario un più alto livello di istruzione rispetto a quello posseduto: il 6,3% dei diplomati e il 3,7% dei laureati (9,5% e 4,2% in Ue27).
In Italia più spesso che in Europa i giovani ritengono, infatti, di svolgere (o di aver svolto) un lavoro per il quale sarebbe stato sufficiente un livello di istruzione più basso di quello posseduto: lo dichiara il 33,0% dei diplomati e il 24,8% dei laureati (22,8% e 22,1% i rispettivi valori Ue27), evidenziando un gap con la media europea particolarmente marcato nel caso dei diplomati.
Anche il settore di attività economica sembra caratterizzare in maniera evidente il fenomeno della sovraistruzione: le incidenze massime si registrano in agricoltura (46,9% e 82,2% le quote di sovraistruiti tra diplomati e laureati) e nel settore degli alberghi e ristoranti (47,9% e 58,1%, tra i diplomati e i laureati), ma risulta elevato anche nel settore del commercio (36,1% e 49,5% tra diplomati e laureati), scendendo al minimo nel settore dell’istruzione e sanità (11,3% e 10,2% tra i diplomati e laureati, rispettivamente).