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L'impatto della pandemdia da Covid-19 su fabbriche e operai tessili

Scritto da Simone Preuss

14 apr 2020

Moda

Pochi lavori sono imprevedibili e pericolosi come quelli nel mondo tessile in alcune regioni asiatiche. Quando le cose vanno bene e arrivano gli ordini, significa avere tempi stretti, lavoro a cottimo, abusi verbali e fisici e nessun salario minimo. Quando le cose vanno male, gli ordini annullati portano alla perdita di posti di lavoro e a nessuna liquidazione. In poche parole, è la strada verso la povertà.

Con l'epidemia globale del coronavirus, la situazione è difficile per molti lavoratori tessili in tutto il mondo, ma soprattutto per coloro che lavorano in Paesi produttori di indumenti a basso costo in Asia. I negozi di moda nei mercati sviluppati hanno dovuto chiudere temporaneamente e, di conseguenza, la domanda di abbigliamento è diminuita. Marchi e retailer hanno reagito rapidamente e hanno annullato oppure rinviato i loro ordini. In molti casi, hanno persino rifiutato di accettare e pagare beni già prodotti per loro.

Migliaia di fabbriche chiuse; milioni di lavoratori abbandonati

I fornitori di questi Paesi sono stati colpiti duramente: secondo un rapporto di ricerca del Center for global workers' rights (Cgwr) della Penn State University, migliaia di fabbriche tessili sono già state chiuse parzialmente oppure completamente e milioni di lavoratori sono stati mandati a casa, spesso senza una retribuzione legalmente obbligatoria o una liquidazione.

Un sondaggio online del Cgwr sui datori di lavoro del Bangladesh rivela "l'impatto devastante" che la cancellazione degli ordini ha avuto su fabbriche e dipendenti, illustrando l'estrema fragilità di un sistema basato su decenni di buyers che comprimono i prezzi pagati ai fornitori in Paesi che non garantiscono un supporto valido ai lavoratori.

L'indagine ha rivelato che più della metà dei fornitori del Bangladesh ha annullato la propria produzione dall’inizio della pandemia di coronavirus. Nonostante i buyer abbiano l'obbligo contrattuale di pagare questi ordini, molti stanno facendo un uso discutibile delle clausole di forza maggiore per giustificare le loro violazioni dei termini del contratto.

I buyer abbandonano i fornitori

L'indagine ha inoltre rivelato che oltre il 72 percento dei comoratori ha rifiutato di pagare le materie prime già acquistate dai fornitori. Oltre il 91 percento ha anche rifiutato di pagare i costi di taglio, confezione e finitura. Come risultato diretto della cancellazione degli ordini e del mancato pagamento, il 58 per ento delle fabbriche intervistate ha riferito di aver dovuto interrompere tutte o gran parte delle loro operazioni.

Un'altra conseguenza è che oltre un milione di lavoratori tessili in Bangladesh sono già stati licenziati o temporaneamente sospesi dal lavoro e che il 98.1 per cento dei buyer ha rifiutato di contribuire ai salari parziali per i lavoratori licenziati. Di conseguenza, il 72 per cento dei lavoratori è stato rimandato a casa senza retribuzione e oltre l'80 per cento senza indennità di fine rapporto.

Il rapporto si conclude con le raccomandazioni del Cgwr, che si applicano a tutti i Paesi produttori di abbigliamento, segnalando inoltre che la crisi ha colpito i profitti e le riserve di liquidità di marchi e rivenditori, ma che "il colpo subito dalle fabbriche di fornitori, che generalmente operano con margini sottilissimi e hanno un accesso al capitale molto inferiore rispetto ai loro clienti, è molto più forte ”.

Consigli per i buyer

Il Cgwr raccomanda che le aziende con maggiore capacità di procurarsi prestiti e pacchetti aiuto del governo li condividano con i propri fornitori, che a loro volta dovranno garantire che i pagamenti ricevuti dai buyers siano usati per coprire i salari e le prestazioni legalmente obbligate, compresi i pagamenti di fine rapporto, ai lavoratori licenziati.

Allo stesso tempo, i governi dei Paesi produttori tessili dovrebbero continuare a mobilitare le risorse a disposizione per sovvenzionare i fornitori e fornire salari ai lavoratori durante la crisi.

Guardando al futuro, i buyer devono imparare da questa crisi e rivedere le pratiche di acquisto per garantire un'adeguata sostenibilità sociale e ambientale. In conclusione, il Cgwr ricorda al settore che attualmente sono disponibili miliardi di dollari in aiuti per le imprese e per i lavoratori nei Paesi sviluppati e che il costo di mantenimento del reddito per i lavoratori del settore dell'abbigliamento a livello globale ne rappresenta solo una piccola parte.

Una grande azienda di moda mostra solidarietà

I buyer, da parte loro, stanno compiendo i giusti passi. Il gruppo di moda svedese H&M si è impegnato a sostenere i suoi produttori prendendo in consegna gli indumenti già prodotti e le merci in produzione. “Pagheremo questi prodotti in base ai termini di pagamento concordati, poiché è un atto conforme alle nostre pratiche di acquisto responsabili e ciò non avverrà solo in Bangladesh, ma in tutti i Paesi di produzione", ha sottolineato H&M.

L’effetto delle azioni dei singoli acquirenti è evidente nella risposta all'impegno di H&M: infatti, anche altri importanti gruppi di moda come Inditex, Marks&Spencer, Pvh, Target e Kiabi hanno deciso di mantenere i loro attuali ordini di produzione. Speriamo che altre aziende tessili, marchi di moda e rivenditori li seguano.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su FashionUnited.com e poi modificato e tradotto per FashionUnited.it

NurPhoto via AFP

Autore: Simone Preuss

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