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Presentato a Roma un piano da 4 miliardi per salvare il made in Italy

Incentivare innovazione e investimenti, sviluppare il welfare aziendale sono alcune delle azioni proposte
Moda
Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati Credits: Camera dei deputati media centre
Scritto da Isabella Naef

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Incentivare innovazione e investimenti, sviluppare il welfare aziendale; promuovere marketing e internazionalizzazione, favorire transizione digitale e green, rendere più flessibile l’accesso al credito e potenziare istruzione, formazione e ridurre i costi energetici: queste le linee guida del Piano strategico nazionale, presentato ieri, alla Camera dei deputati da Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda.

I punti del piano sono stati discussi durante l’evento “L’impatto delle crisi globali sul made in Italy. Prospettive e interventi per il comparto della moda”, alla presenza del Ministro Adolfo Urso e con l’introduzione ai lavori dell’onorevole Fabio Pietrella.

“Il Piano strategico di Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda è in sintonia con quanto abbiamo delineato nel Libro Bianco “made in Italy 2030”, che riconosce la necessità di consolidare il sistema della moda italiana, valorizzando il nostro patrimonio di eccellenza, qualità e creatività e rafforzando una strategia condivisa tra imprese, distretti e istituzioni", ha sottolineato Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del made in Italy.

Un'immagine della presentazione del Piano alla Camera dei deputati Credits: Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda

"Solo con filiere pienamente integrate possiamo affrontare le sfide globali e accrescere la competitività del made in Italy. In questa direzione sono state predisposte le misure strutturali a sostegno del comparto, concordate nel Tavolo moda che abbiamo istituito all’inizio della legislatura, di cui il nuovo Piano Transizione 5.0 è un asset importante, con una dotazione di dieci miliardi nei prossimi tre anni, a cui si aggiungono i contratti di sviluppo e i mini-contratti di sviluppo, il Fondo di garanzia per le Pmi, la Nuova Sabatini, gli interventi sulle fibre tessili naturali e riciclate, il rafforzamento del credito d’imposta per i campionari e il sostegno del passaggio generazionale delle competenze nel recente disegno di legge sulle piccole e medie imprese".

Il sistema moda italiano, pur avendo mostrato grande capacità di adattamento, ha bisogno oggi di condizioni concrete per continuare a crescere e competere a livello globale. Gli interventi proposti, su innovazione, formazione, credito, digitalizzazione e internazionalizzazione, possono generare effetti concreti sull’intera filiera, creando un circolo virtuoso di crescita e un ritorno fiscale maggiore dell’investimento richiesto.

Lo studio della Liuc Business School mostra due scenari per il periodo 2026–2030: scenario baseline senza interventi: perdita stimata di 19 miliardi di fatturato, 35.000 posti di lavoro e 4.600 aziende, con un calo di 5 miliardi di PIL e 6,6 miliardi di gettito fiscale, mentre lo scenario con il piano (investimento di 4 miliardi di euro): crescita di 30 miliardi di fatturato, 57.000 posti di lavoro e 6.200 aziende, con 8,7 miliardi di Pil aggiuntivi e 11,5 miliardi di gettito fiscale.

Sburlati (Confindustria Moda): il piano è una necessità assoluta non è un esercizio teorico

“La forza della moda italiana nasce dai distretti e dalle piccole e medie imprese che ne costituiscono l’ossatura, una rete produttiva unica al mondo capace di coniugare tradizione manifatturiera, innovazione e radicamento territoriale”, ha osservato Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria Accessori Moda.

“Il Piano strategico industriale moda è una necessità assoluta non è un esercizio teorico”, ha sottolineato Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda. “I numeri ci dicono con chiarezza che senza interventi il sistema moda è destinato a perdere imprese, occupazione e capacità produttiva".

"Oggi chiediamo al Parlamento di compiere una scelta di responsabilità: sostenere questa nostra proposta significa difendere un asset strategico nazionale e garantire futuro alla manifattura italiana. Non intervenire, invece, significherebbe accettare un progressivo indebolimento di uno dei simboli più forti del Made in Italy nel mondo, alfiere di export e gettito fiscale. Va evitato quanto è già accaduto ad altre filiere simbolo del nostro Paese", ha concluso Sburlati.

Nel corso dell’incontro è stata inoltre presentata l’analisi “Why Italia” di Deloitte, illustrata da Eugenio Puddu, partner Deloitte e consumer products leader, che evidenzia come si possono sintetizzare in 3 mosse le direttrici da seguire per preservare, consolidare e sviluppare la manifattura italiana: (1) distretti, (2)investimenti (3) aggregazioni. A queste 3 mosse è ancorato il futuro della filiera, legato all’innovazione tecnologica e alla trasformazione dei consumatori, che dimostrano crescente attenzione a un valore complessivo del prodotto non limitato al prezzo, ma inclusivo di qualità, identità, sostenibilità e valore simbolico, tutti elementi in grado di rafforzare ulteriormente il posizionamento del Made in Italy nei mercati internazionali.

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