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Snapchat: 2 consumatori su 5 preoccupati per l'impatto ambientale degli acquisti online

Scritto da Isabella Naef

25 nov 2021

Moda

Pexels

Oltre 2 consumatori italiani su 5 sono preoccupati per l’impatto ambientale degli acquisti online dato che raggiunge il 50 per cento tra la Gen Z e il 46% tra i millennial. Questi alcuni risultati dello studio denominato “Il futuro dello shopping”, condotto da Foresight Factory in dodici Paesi a livello globale (Italia compresa), per fornire un quadro del panorama degli acquisti in questo momento critico, delineando uno spaccato delle propensioni dei consumatori e delle potenzialità che la tecnologia offre per indirizzare le sfide imposte dal cambiamento climatico. “È quindi prioritario ripensare l’attuale modello in ottica più sostenibile e circolare. In questo scenario, realtà aumentata (Ar) che si stima avrebbe potuto evitare il 37 per cento dei resi di capi d’abbigliamento acquistati online nell’ultimo anno, e piattaforme di reselling sono due leve a cui guardare con attenzione nel prossimo futuro”, si legge in una nota.

È quindi prioritario ripensare l’attuale modello in ottica più sostenibile e circolare

“La crescita dello shopping online ha indubbiamente avuto un impatto sugli acquisti nei negozi tradizionali nel corso degli ultimi anni, tendenza che si è ulteriormente accelerata durante la pandemia. Era importante arrivare a definire una visione oggettiva di quello che sarà il futuro degli acquisti per retailer e consumatori, perché solo riconoscendo e comprendendo le tendenze in atto i retailer di tutti i tipi e dimensioni potranno sfruttare al meglio il cambiamento positivo che si sta verificando nel comparto degli acquisti,” ha commentato Claire Valoti, vice president Emea di Snap Inc. “Noi di Snap crediamo che la tecnologia possa essere uno strumento abilitante di grande aiuto, che offre l’opportunità di fare cose che non eravamo in grado di fare prima, o di farle meglio. Vediamo un futuro in cui l’esperienza di shopping nei negozi fisici diventerà sempre più “connessa” e interattiva, e crediamo che Internet, un tempo considerato come il grande nemico del commercio nei negozi fisici, sarà inteso maggiormente come uno strumento efficace per riportare le persone nei negozi e al tempo stesso aiutare a indirizzare sfide cruciali per il settore del retail e non solo, come quella ambientale”.

Con la crescente consapevolezza dell’impatto sociale e ambientale del fast fashion, dei rifiuti elettronici e di altri beni di consumo, le piattaforme di reselling offrono l’ulteriore vantaggio di ridurre i rifiuti e contribuire a un’economia circolare. In totale, il 43% dei consumatori italiani è già preoccupato per l’impatto ambientale dello shopping online, percentuale che arriva al 50 per cento della Gen Z, e 1 acquirente su 5 afferma che le ragioni ambientali sono una motivazione per fare shopping sulle piattaforme di reselling.

In Italia le piattaforme di reselling che consentono ai venditori di creare i propri negozi virtuali e di presentare collezioni uniche, promuovendo anche un’esperienza di shopping più social con messaggi diretti e scambi tra acquirente e venditore, stanno diventando sempre più popolari, scrive Snapchat nella ricerca. Dati alla mano, il 25 per cento dei consumatori italiani afferma di cercare regolarmente opzioni di seconda mano e il 42 per cento che ha comprato qualcosa attraverso una piattaforma di reselling, percentuale che arriva al 53 per cento tra i millennial. Inoltre, il 34 per cento dei consumatori italiani della Gen Z ha anche venduto un prodotto tramite tali piattaforme, con un ulteriore 43 per cento interessato a farlo in futuro.

Perchè il second hand rappresenta la prima scelta

Sebbene la popolarità delle piattaforme di reselling sia in crescita, si legge nello studio, ci sono alcuni settori in cui cercare opzioni di seconda mano quando si fanno acquisti rappresenta una abitudine consolidata per i consumatori italiani. Automobili (30 per cento), tecnologia (24 per cento) e abbigliamento (23 per cento) sono quelli dove si cercano più opzioni di seconda mano, seppur sporadicamente. Se si guarda invece ai settori in cui si cercano sempre opzioni di usato, la situazione cambia piuttosto radicalmente, con abbigliamento (11 per cento), automobili (10 per cento) e articoli di lusso e accessori (entrambi a 9 per cento) a farla da padroni.

“Le piattaforme di reselling offrono un canale di shopping alternativo, peer-to-peer, il cui potenziale è dirompente non solo perché risponde alla sensibilità green delle nuove generazioni, ma anche perché scaturito da un anno con pochi stimoli, ispirazione o interazione sociale, incorporando molteplici elementi di attrattività per i consumatori: la convenienza, per esempio, rappresenta la motivazione principale per oltre la metà (54 per cento), seguita dalla possibilità di trovare prodotti che sono andati esauriti altrove (33%) e dalla ricerca di pezzi unici (30 per cento)”, spiega il report.

Si tratta in definitiva di uno spazio da esplorare, adocchiato anche dai grandi retailer, che hanno lanciato programmi di riacquisto e rivendita su scala mondiale, spesso per contribuire ai loro obiettivi di sostenibilità piuttosto che per profitto. Ma è anche uno spazio in cui viene valorizzata la dimensione locale, aspetto che ben si sposa con l’approccio dei consumatori italiani, se si considera che 2 su 3 (66 per cento) apprezzano quando i retailer sostengono marchi indipendenti e il 51 per cento afferma di supportare maggiormente le imprese locali dall’inizio della pandemia.

Un’altra leva innovativa a cui l’industry del retail potrebbe guardare per ridurre l’impatto ambientale dello shopping è quello dell’impiego della realtà aumentata e del try-on virtuale, due tecnologie che aspirano a far superare uno dei problemi principali legati al commercio elettronico, ovvero gli errori di taglia, che rappresentano oltre due quinti (43 per cento) dei resi di capi di abbigliamento acquistati online nell’ultimo anno in Italia. Ma non solo: l’impossibilità di provare i prodotti prima di acquistarli rappresenta una criticità per oltre 2 intervistati su 5 (42 per cento).