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Uno studio Ocse-Euipo rivela forti legami tra contraffazione e sfruttamento del lavoro

Per risolvere la situazione è necessario un approccio globale che tratti l'integrità commerciale, il lavoro dignitoso e la concorrenza leale come parti di un'unica agenda politica
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La contraffazione è un problema che affligge da sempre l'industria della moda Credits: FashionUnited, immagine generata con l'ausilio dell'Ia
Scritto da Isabella Naef

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La contraffazione è un problema che affligge da sempre l'industria della moda, con pesanti ripercussioni sul business e con risvolti sullo sfruttamento del lavoro. Un nuovo studio congiunto dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e dell'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) dimostra che il commercio illecito di merci contraffatte è strettamente associato allo sfruttamento del lavoro, inclusi il lavoro forzato, il lavoro minorile e condizioni di lavoro insicure.

Lo studio, intitolato "Dalle imitazioni al lavoro forzato: prove della correlazione tra il commercio illecito di falsi e lo sfruttamento del lavoro", mostra che i Paesi identificati più frequentemente come fonti di prodotti contraffatti tendono ad avere condizioni del mercato del lavoro più deboli, come tutele insufficienti, orari di lavoro più lunghi e una maggiore incidenza di infortuni sul lavoro mortali.

I risultati rivelano che la debolezza della governance, l'applicazione limitata delle norme e la vulnerabilità sociale creano ambienti in cui prosperano sia la contraffazione, sia l'abuso di manodopera, si legge in una nota dell'Euipo.

Utilizzando i dati globali sui sequestri doganali e le statistiche sul lavoro, il rapporto mostra che lo sfruttamento riduce i costi di produzione e i rischi per gli operatori criminali, rendendo le attività illecite più redditizie. In questo contesto, il lavoro forzato e l'informalità emergono come fattori strutturali della produzione e distribuzione di falsi, piuttosto che come sottoprodotti isolati.

Nel dettaglio, lo studio ha impiegato molteplici approcci analitici per stabilire il nesso tra contraffazione e sfruttamento del lavoro. L’indagine è iniziata con una rassegna della letteratura pertinente che documenta i legami tra criminalità organizzata e abusi lavorativi. L'analisi quantitativa combina indicatori del commercio di prodotti contraffatti, basati sui dati dei sequestri doganali della World customs organization, della Commissione europea e delle autorità statunitensi, con i dati sul mercato del lavoro provenienti dai database dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) e della Banca Mondiale.

I Paesi identificati come fonti di merci contraffatte mostrano livelli più elevati di lavoro forzato, lavoro minorile

L'analisi ha inizialmente esaminato le correlazioni tra vari indicatori di sfruttamento del lavoro (lavoro forzato, lavoro minorile, infortuni sul lavoro, occupazione informale) e misure di contraffazione (frequenza dei sequestri, valore stimato della merce contraffatta, punteggi di propensione all'esportazione di falsi). Successivamente, modelli di regressione econometrica hanno testato se tali relazioni rimanessero statisticamente significative dopo aver controllato variabili quali il Pil pro capite, i volumi di esportazione, il salario minimo, lo stato di diritto, la copertura della protezione sociale e i livelli di povertà.

I Paesi identificati come fonti di merci contraffatte mostrano livelli più elevati di lavoro forzato, lavoro minorile (comprese forme pericolose), occupazione informale e infortuni sul lavoro mortali. I Paesi con tutele del lavoro più deboli, inclusa una minore adesione ai sindacati e una copertura limitata della contrattazione collettiva, mostrano una maggiore esposizione alle reti del commercio illecito.

Le prove fornite dalle autorità confermano che la contraffazione è spesso sostenuta da pratiche lavorative abusive per tagliare i costi e massimizzare i profitti illeciti. I gruppi criminali sfruttano i lavoratori vulnerabili in molteplici fasi delle filiere illecite, come fabbriche clandestine che operano senza contratti, magazzini dove i lavoratori migranti vengono chiusi dentro durante la notte e piccoli laboratori dove i bambini assemblano prodotti contraffatti.

Lo studio sollecita risposte politiche più integrate: combinare una governance del lavoro più forte con un potenziamento dei controlli commerciali e doganali, una migliore raccolta dei dati e una cooperazione più stretta tra le autorità del lavoro, le dogane e le forze dell'ordine. Secondo il rapporto, affrontare lo sfruttamento del lavoro è essenziale non solo per proteggere i diritti dei lavoratori, ma anche per disarticolare le reti criminali che si celano dietro il commercio globale di merci contraffatte.

Alcune indicazioni per cambiare la situazione

La contraffazione è stata spesso descritta come un problema di proprietà intellettuale e di applicazione delle norme commerciali. Tuttavia, i risultati di questo rapporto rivelano che si tratta anche di un problema del mercato del lavoro. Le economie in cui il lavoro forzato è più diffuso sono costantemente quelle in cui l'intensità del commercio di contraffazione è più elevata. Questo rapporto sussiste anche dopo aver controllato il livello di reddito, l'apertura commerciale e la qualità istituzionale. In altre parole, i dati indicano che lo sfruttamento dei lavoratori e la produzione di beni falsi tendono a verificarsi nei medesimi contesti favorevoli: ambienti caratterizzati da scarse tutele lavorative e da una limitata applicazione dello Stato di diritto.

Il legame individuato non è casuale. La produzione di contraffazione prospera dove il lavoro umano è a basso costo, non protetto e facilmente sostituibile. In tali contesti, la coercizione o forme estreme di vulnerabilità sostituiscono la produttività o l'innovazione come fonti di competitività. I modelli econometrici dimostrano che il lavoro forzato è uno dei predittori più robusti dell'intensità delle esportazioni di contraffazione. Gli stessi schemi emergono con l'elevata informalità, che insieme formano un ecosistema strutturale in cui la manifattura illegale può fiorire. Sebbene l'occupazione informale non sia inclusa nel modello finale qui presentato, il test di diverse specifiche alternative indica una relazione significativa tra il numero di merci contraffatte sequestrate per paese di origine e i livelli di informalità. In particolare, i risultati suggeriscono che l'occupazione informale gioca un ruolo significativo nel facilitare una più estesa attività economica illecita, associata a molteplici dimensioni di bassi standard lavorativi.

Oltre ai numeri, questi risultati riecheggiano le prove raccolte dalle agenzie di controllo: l'esistenza di fabbriche clandestine che operano senza contratti, magazzini dove i lavoratori migranti vengono rinchiusi durante la notte, o piccoli laboratori dove i bambini assemblano prodotti contraffatti. L'analisi quantitativa conferma che non si tratta di storie isolate, ma di sintomi di più ampi legami economici tra il commercio criminale e l'abuso di lavoro.

Gli sforzi per contrastare il commercio illecito devono affrontare le dinamiche che rendono redditizia la contraffazione

Riconoscere questa connessione cambia il modo in cui i decisori politici potrebbero inquadrare il rischio. Gli sforzi per contrastare il commercio illecito devono anche affrontare le dinamiche lavorative e sociali sottostanti che rendono redditizia la contraffazione, oltre a rafforzare i controlli alle frontiere e altre misure di tutela della proprietà intellettuale. Allo stesso modo, le iniziative per sradicare il lavoro forzato devono tenere conto delle dimensioni del commercio e della catena di approvvigionamento che perpetuano la domanda di una produzione economica e non regolamentata.

Questa convergenza ha tre implicazioni importanti. In primo luogo i diritti del lavoro e l'integrità commerciale si rafforzano a vicenda: il rafforzamento dell'uno favorisce l'altro. Proteggere i lavoratori dalla schiavitù moderna aiuta a rimuovere uno dei principali vantaggi di costo che sostengono la produzione illecita. Al contrario, smantellare le reti commerciali criminali contribuisce a creare condizioni di parità per i datori di lavoro e i lavoratori che operano nel rispetto delle leggi e degli standard del lavoro.

I dati e l'applicazione delle norme devono evolvere insieme

I dati e l'applicazione delle norme devono evolvere insieme: le autorità doganali e quelle del lavoro operano spesso in parallelo, eppure le loro informazioni sono complementari. Integrare gli indicatori di rischio lavorativo, come la prevalenza del lavoro forzato o dell'informalità, nei sistemi di profilazione del rischio doganale potrebbe aiutare a identificare spedizioni o poli produttivi a più alto rischio di illegalità. Allo stesso modo, le strategie di ispezione del lavoro potrebbero beneficiare dell'intelligence commerciale su operatori o catene di fornitura sospetti.

L'importanza strategica della protezione sociale: l'evidenza econometrica mostra che laddove lo Stato di diritto (compresa la legislazione sul lavoro) è eroso, sorge il commercio di contraffazione. Ciò suggerisce che le politiche sociali non sono meramente redistributive; sono strumenti preventivi contro il commercio illecito e lo sfruttamento che lo sostiene.

Sulla base di queste intuizioni, emergono diverse direzioni politiche generali come rafforzare la governance e le ispezioni del lavoro: sistemi di ispezione efficaci, attrezzati per individuare sia il lavoro forzato che i legami con la produzione illecita, rappresentano la prima linea di difesa.

Le autorità doganali potrebbero includere parametri relativi ai diritti del lavoro tra i criteri utilizzati per colpire le spedizioni ad alto rischio, in particolare nel tessile e nelle calzature

Integrare il rischio per i diritti dei lavoratori nell'applicazione delle norme commerciali: le autorità doganali potrebbero includere parametri relativi ai diritti del lavoro tra i criteri utilizzati per colpire le spedizioni ad alto rischio, in particolare nei settori noti per la produzione di contraffazione come il tessile, le calzature e l'elettronica.

Promuovere la condotta aziendale responsabile: le linee guida dell'Ocse sul dovere di diligenza forniscono quadri di riferimento per mappare, valutare e mitigare i rischi di lavoro forzato nelle catene di fornitura.

Ampliare la certificazione delle zone commerciali "pulite": lo schema di certificazione delle zone di libero scambio dell'Ocse dimostra come un quadro di integrità commerciale possa simultaneamente rafforzare i controlli contro il commercio illecito e promuovere il rispetto degli standard lavorativi.

Investire in dati e trasparenza: la collaborazione sui dati sarà fondamentale per monitorare i progressi e affinare la valutazione del rischio

Tra i percorsi suggeriti rientra anche la promozione di una formazione specifica per gli investigatori, ossia sviluppare corsi mirati per identificare e segnalare i segni dello sfruttamento del lavoro durante le operazioni anti-contraffazione.

Questo rapporto dimostra che il legame tra contraffazione e sfruttamento del lavoro è reale, misurabile e rilevante per le politiche pubbliche e che richiede un approccio più integrato, che tratti l'integrità commerciale, il lavoro dignitoso e la concorrenza leale come parti di un'unica agenda politica. Porre fine al lavoro forzato non è solo un imperativo morale, è anche una necessità economica per proteggere il commercio legittimo e garantire che i mercati globali premino la conformità piuttosto che la criminalità.

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