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Il caporalato che conduce alla povertà e i meccanismi per invertire questa rotta: parla il pm Paolo Storari

Luca Sburlati (Confindustria Moda): se ogni anno punti a una riduzione del costo delle forniture sarà impossibile arrivare a ottenere un prodotto di eccellenza
Moda
Si sta procedendo alla realizzazione della piattaforma che raccoglierà i dati delle filiere necessari a ottenere l’attestato di trasparenza Credits: FashionUnited, immagine generata con l'ausilio dell'Intelligenza artificiale
Scritto da Isabella Naef

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I casi di caporalato che hanno coinvolto le griffe della moda negli ultimi anni e l'eco mediatica che ne è seguita, hanno gettato un'ombra a livello reputazionale sul made in Italy, in Italia e all'estero. Le misure che la procura di Milano ha adottato nei confronti dei marchi coinvolti, dall'amministrazione giudiziaria, alla consegna della documentazione, in particolare quella sui "sistemi di controllo" sulla catena di appalti e subappalti nella produzione, hanno inciso in maniera sensibile sui controlli della aziende sulla catena di fornitura.

Venerdì scorso, al Politecnico di Milano, durante un convegno promosso dall’Osservatorio Nazionale D.Lgs. 231/2001 del Cndcec, acronimo di Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, esponenti della magistratura, del mondo accademico e delle rappresentanze istituzionali e imprenditoriali, tra cui Paolo Storari, sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano, e il presidente di Confindustria Moda, Luca Sburlati, si sono confrontati sui profili di responsabilità lungo la catena del valore, sull’effettività dei modelli 231, sul ruolo degli organismi di vigilanza e sull’integrazione tra compliance 231, sostenibilità e governance d’impresa.

Nel settore della moda tra le situazioni di sfruttamento del lavoro, Storari ha citato gli opifici cinesi, dove c'erano i cani lupo che controllavano le persone che lavoravano, dove la gente dormiva e mangiava nello stesso luogo dove lavorava. Persone pagate meno di tre euro all'ora e costrette a lavorare di notte per cercare di evitare i controlli.

Alla base del caporalato ci sono politiche di impresa che devono mutare

Un meccanismo di sfruttamento che porta alla povertà che, da dato economico, diventa malattia vera e propria. "Il povero non ha una vita sociale" ha affermato Storari, aggiungendo che se il figlio di uno di questi lavoratori sfruttati deve andare a fare una visita medica da uno specialista spende almeno 150 euro e vuol dire che finisce i soldi del suo stipendio. All'apice del problema, al di là delle responsabilità penali individuali, c'è un sistema, un modello organizzativo, che deve mutare non solo per impedire che i manager commetteno reati, ma per evitare di agevolare soggetti che fanno parte della catena di fornitura e che operano in situazioni di sfruttamento lavorativo. Finchè nelle gare d'appalto il prezzo più basso resterà uno dei criteri "più apprezzati" è impossibile invertire la marcia.

"Dello sfruttamento lavorativo beneficiamo tutti", sottolinea Storari, facendo l'esempio dei rider che porta il cibo del ristorante al domicilio dei clienti. "Tutti questi fenomeni che vi ho indicato si svolgono regolarmente in grandi imprese e non sono, attenzione, frutto di scelte individuali, cioè non abbiamo l'amministratore delegato cattivo che si comporta male, ma sono frutto politiche di impresa". Storari evidenzia un altro fenomeno che caratterizza le imprese, la presenza di protocolli, codici di comportamento idilliaci, irreprensibili, ma solo sulla carta. "Alcune volte vorrei licenziarmi per andare a lavorare in questi posti, però quando poi andiamo a vedere, la realtà è molto peggio", spiega il pm. Bisognerebbe cercare di ridurre la distanza tra quel mondo paradisiaco e quel mondo infernale che, talvolta, è la realtà delle cose.

Con queste premesse "rileggere" le indagini che hanno fatto emergere i casi di caporalato e che hanno posto le aziende in amministrazione giudiziaria per fare in modo che risanassero le situazioni critiche ha, sicuramente, un impatto diverso sulla reputazione del made in Italy, evidenziandone un obiettivo "riparatore" finalizzato a ripristinare e garantire una qualità del prodotto e una sostenibilità sociale ed economica dell'azienda.

Questo l'obiettivo, per esempio, della richiesta di documentazione sulla filiera effettuata dalla procura di Milano, lo scorso dicembre. Si tratta di interventi mirati, non sanzionatori e che hanno lo scopo di far collaborare procura e aziende. Ovviamente a patto che le procedure messe in atto dall'impresa non siano meramente "cosmetiche".

Sul controllo della filera e sulla necessità di leggere gli interventi della procura di Milano, siano essi amministrazione giudiziaria o mera richiesta di documentazione, come accaduto a fine 2025, è intervenuto Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda e ceo del Gruppo Pattern. "Se il giorno dopo che la procura chiede i dati a 13 marchi della moda, i giornali e i social come Tik Tok titolano che il made in Italy non esista più è un danno reputazionale. La "reputation" è tutto", dice Sburlati. Il presidente di Confindustria Moda insiste sulla necessità di un cambio di paradigma a livello della filiera. "Se ogni anno punti a una riduzione del costo delle forniture sarà impossibile arrivare a ottenere un prodotto di eccellenza. Questo lo scrivo nella pietra e questa è un'altra posizione che noi, come Confindustria Moda, sosteniamo tutti i giorni".

Si sta procedendo alla realizzazione della piattaforma che raccoglierà i dati delle filiere necessari a ottenere l’attestato di trasparenza

Si inserisce in questa direzione anche la raccolta dei dati delle filiere produttive. Dopo il Protocollo di intesa per la legalità firmato a maggio al Tribunale di Milano, cui hanno aderito tutti gli attori del settore, infatti, ora si sta procedendo alla realizzazione della piattaforma che raccoglierà i dati delle filiere necessari a ottenere l’attestato di trasparenza del settore moda previsto dal Protocollo stesso. La piattaforma, che sarà attiva nei prossimi mesi, è a cura di Regione Lombardia con il supporto del Dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano, su incarico di Prefettura e Tribunale di Milano.

L’Osservatorio D.Lgs. n. 231/2001, dopo aver elaborato le linee guida per lo svolgimento delle funzioni dell’Organismo di vigilanza continua con questa iniziativa il proprio impegno nel favorire un confronto sui temi della responsabilità degli enti e della cultura della legalità d’impresa.

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