• Home
  • News
  • Moda
  • La stampa estera mette in discussione il made in Italy e indica come recuperare terreno

La stampa estera mette in discussione il made in Italy e indica come recuperare terreno

Le misure spaziano dalla trasparenza radicale dei prezzi, ai controlli, alla lista dei nomi dei fornitori
Moda
Per il made in Italy pare che sia giunto il momento di mettere dei puntini sulle i e di passare dallo story telling ai dati, ai nomi dei fornitori, ai numeri Credits: FashionUnited, immagine generata con l'ausilio dell'Ia
Scritto da Isabella Naef

loading...

ja
Scroll down to read more

Il made in Italy rischia di essere banalizzato a "moniker", soprannome, nomignolo, che vale come strumento di marketing, nelle migliori delle ipotesi, ma anche come "fonte di potenziale rischio reputazionale e ricaduta legale"; i fenomeni di caporalato potrebbero scatenare un effetto potenzialmente pronto ad abbattersi su moltissime griffe, in quanto esiste "una pratica quasi onnipresente dei brand di subappaltare il lavoro ai fornitori, che a loro volta appaltano ad altri, in un contesto di margini sempre più ristretti e scarso controllo delle condizioni di lavoro". Sono solo due esempi, il primo è del media americano The fashion law, il secondo un lancio dell'Afp, ma questo è quanto scrive la stampa estera in queste settimane, dando conto di indagini relative a nuovi episodi di caporalato o solamente di richiesta di documentazione che hanno coinvolto alcuni marchi della moda e del lusso. A luglio scorso, Cécile Cabanis, cfo di Lvmh, durante la presentazione agli analisti dei dati di Lvmh del primo semestre, rispondendo a una domanda, affermava che lo sfruttamento del lavoro è un problema dell’industria italiana e che è necessario lavorare con il Governo e le associazioni per eliminare queste questioni.

La definizione di trasparenza e tracciabilità mette al centro la visibilità delle attività e delle partnership del brand Credits: FashionUnited, immagine generata con l'ausilio dell'Ia

La trasparenza e un dialogo corretto e onesto con i consumatori è una delle vie indicate anche proprio dai media stranieri

Insomma, per il made in Italy pare che sia giunto il momento di mettere dei puntini sulle i e di passare dallo story telling ai dati, ai nomi dei fornitori, ai numeri. La levata di scudi a difesa del sistema italiano del made in Italy, da Confindustria Moda, a Camera della moda, passando per il Mimit, è sicuramente lodevole e sta producendo dei risultati, ma i marchi che non l'hanno già fatto devono iniziare un percorso nuovo e in tempi rapidi. La trasparenza e un dialogo corretto e onesto con i consumatori è una delle vie indicate anche proprio dai media dei mercati che trainano il giro d'affari di tantissimi brand, così come il giocare d'anticipo su regolamentazioni e certificazioni.

Per i consumatori l'assunto che "made in Italy" equivalga a lavoro equo, qualità artigianale e produzione etica non è più incontestato

Il magazine americano Tfl, The fashion law, per esempio, in un articolo dell'11 dicembre scrive che per i consumatori, l'assunto che "made in Italy" equivalga a lavoro equo, qualità artigianale e produzione etica non è più incontestato.

"Finché non saranno attuate riforme significative, come una sorveglianza più stretta delle catene di approvvigionamento e definizioni legali più precise per l'etichettatura di origine, il "made in Italy" continuerà a funzionare non solo come strumento di marketing e cortina fumogena, ma anche come fonte di potenziale rischio reputazionale e ricaduta legale", si legge sul media newyorchese. "Il valore del marchio e il potere di determinazione dei prezzi (pricing power) in questo settore dipendono pesantemente dall'autenticità percepita, dalla provenienza e dalla distinzione etica. Quando la designazione "made in Italy" viene associata a pratiche di lavoro sfruttatrici piuttosto che all'eccellenza artigianale, il premio (premium price) che i consumatori sono disposti a pagare diventa più difficile da giustificare", rincara il magazine. Ma ecco una via d'uscita: " i marchi dovranno passare da un marketing basato sulla narrazione a una verifica basata sull'evidenza. Ciò potrebbe comportare integrazione verticale, audit di terze parti o quadri di responsabilità dei fornitori legalmente vincolanti. In un'era di crescente trasparenza, la sostenibilità dei margini del lusso sarà determinata non solo dall'estetica o dall'eredità storica, ma dalla conformità legale e dalla tracciabilità operativa", si legge nell'articolo.

Potrebbe essere il momento di adottare quella trasparenza radicale che pare essere temuta dalle griffe del lusso; qualcuno lo fa ma a spanne: il capo costa tanto perchè il tessuto è di qualità, le maestranze artigianali incidono sensibilmente sul prezzo di cartellino e via dicendo. La trasparenza radicale consiste (anche) nello spiegare quanto effettivamente costa al marchio, il capo che il cliente si accinge ad acquistare e quanto viene ricaricato il prezzo finale.

Potrebbe essere una manna di questi tempi. E, invece, quasi nessuno dei marchi della moda italiani si è spinto a raccontare dettagliatamente "cosa c'è" nel prezzo di cartellino. Insomma, story telling tanto, tantissimo, fiumi di parole sull'esperienza di acquisto (sempre esclusiva), e di vendita, ma nemmeno l'ombra di un piccolo conteggio con chiare voci e relativo costo: materiale, lavorazione, metalleria, bottoni, cerniera (il cosiddetto hardware) filo, trasporto, costo della confezione, tasse.

Quasi cinque anni fa FashionUnited raccontò il caso di Everlane, azienda americana di abbigliamento uomo e donna e accessori, con sede a San Francisco, che esplicita in maniera trasparente come arriva al prezzo retail sul cartellino di ciascun singolo capo.

In Italia tra i casi virtuosi figura il marchio Garment Workshop, co-fondato dal designer Federico Barengo, che racconta in maniera trasparente costi delle singole voci che vanno a comporre il costo dei capi ed evidenziano qual è il margine di ricarico dell'etichetta.

Imparare a descrivere i valori della moda di nuova generazione è un'altra leva che potrebbe fare la differenza. Come ha raccontato a FashionUnited la scorsa estate Giusy Bettoni, fondatrice e ceo di Class, acronimo di Creativity lifestyle and sustainable synergy, eco-hub internazionale con sede a Milano, la sostenibilità e le singole declinazioni della stessa, dall'impatto al materiale, dal riciclo al processo produttivo, infatti, devono essere raccontate, spiegate bene.

Etica, iniziative sociali, tracciabilità e trasparenza, ambiente, salute, iniziative di economia circolare, design, ingredienti, produzione, tintura e finissaggio sono i valori individuati da InsideOut by Class in un decalogo importante per l’identità e il valore del guardaroba e per il consumatore contemporaneo sempre più confuso su questo tema.

Eitca, per esempio, è definita come l’impegno verso il rispetto, per ogni individuo. A partire dagli aspetti legali, ma senza fermarsi a questi. La parola chiave è rispetto: un valore indispensabile per andare oltre e abbracciare pienamente questa visione. Per quanto concerne lo storytelling, questo valore mette in luce l’impegno del brand nel garantire rispetto per ogni persona e per le comunità, promuovendo condizioni di lavoro eque e un impatto ambientale ridotto. I brand etici operano con integrità, nei confronti dell’essere umano e della natura. Le iniziative sociali, invece, sono azioni positive e proattive, o interi programmi, che promuovono il benessere delle comunità e degli ecosistemi, andando oltre le normali attività aziendali.

La definizione di trasparenza e tracciabilità mette al centro la visibilità delle attività e delle partnership del brand, con informazioni dettagliate e accessibili pubblicamente sulla filiera e sul suo impatto. Una trasparenza che riguarda l’intero ciclo produttivo, dalla materia prima allo scaffale, non solo dichiarata, ma anche pienamente documentata. Ecco è qui, nello storytelling "documentabile e documentato" oltre che accessibile, che il consumatore potrebbe recuperare quella fiducia nella griffe, oppure confermarla.

A Prato è stato varato un protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato

La normativa e il rispetto delle leggi in tema di sfruttamento del lavoro, rimane ovviamente lo strumento preventivo principe in materia di caporalato ma ben vengano anche iniziative di tutela per i lavoratori che denunciano situazioni "opache". Il fenomeno del caporalato, naturalmente, è diffuso soprattutto nelle regioni e nelle città ad alta concentrazione di aziende del tessile e della pelletteria. Prato, per esempio, è una di queste. Il 15 ottobre, nella città toscana, è stato varato un nuovo strumento di tutela per i lavoratori sfruttati che decidono di denunciare. Nel dettaglio, il protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato.

Il protocollo serve a creare percorsi di presa in carico, protezione e reinserimento sociale per chi è vittima di una moderna forma di schiavitù. L’obiettivo è garantire protezione giuridica e sociale ai lavoratori stranieri irregolari che decidono di collaborare con la magistratura, sul modello delle norme già esistenti per i testimoni di giustizia. “Il protocollo serve a creare percorsi di presa in carico, protezione e reinserimento sociale per chi è vittima di una moderna forma di schiavitù”, ha sottolineato il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, come riporta la redazione di Prato del quotidiano La Nazione.

Caporalato
Made in Italy
Passaporto Digitale dei Prodotti
trasparenza