La stampa estera mette in discussione il made in Italy e indica come recuperare terreno
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Il made in Italy rischia di essere banalizzato a "moniker", soprannome, nomignolo, che vale come strumento di marketing, nelle migliori delle ipotesi, ma anche come "fonte di potenziale rischio reputazionale e ricaduta legale"; i fenomeni di caporalato potrebbero scatenare un effetto potenzialmente pronto ad abbattersi su moltissime griffe, in quanto esiste "una pratica quasi onnipresente dei brand di subappaltare il lavoro ai fornitori, che a loro volta appaltano ad altri, in un contesto di margini sempre più ristretti e scarso controllo delle condizioni di lavoro". Sono solo due esempi, il primo è del media americano The fashion law, il secondo un lancio dell'Afp, ma questo è quanto scrive la stampa estera in queste settimane, dando conto di indagini relative a nuovi episodi di caporalato o solamente di richiesta di documentazione che hanno coinvolto alcuni marchi della moda e del lusso. A luglio scorso, Cécile Cabanis, cfo di Lvmh, durante la presentazione agli analisti dei dati di Lvmh del primo semestre, rispondendo a una domanda, affermava che lo sfruttamento del lavoro è un problema dell’industria italiana e che è necessario lavorare con il Governo e le associazioni per eliminare queste questioni.
La trasparenza e un dialogo corretto e onesto con i consumatori è una delle vie indicate anche proprio dai media stranieri
Insomma, per il made in Italy pare che sia giunto il momento di mettere dei puntini sulle i e di passare dallo story telling ai dati, ai nomi dei fornitori, ai numeri. La levata di scudi a difesa del sistema italiano del made in Italy, da Confindustria Moda, a Camera della moda, passando per il Mimit, è sicuramente lodevole e sta producendo dei risultati, ma i marchi che non l'hanno già fatto devono iniziare un percorso nuovo e in tempi rapidi. La trasparenza e un dialogo corretto e onesto con i consumatori è una delle vie indicate anche proprio dai media dei mercati che trainano il giro d'affari di tantissimi brand, così come il giocare d'anticipo su regolamentazioni e certificazioni.
Per i consumatori l'assunto che "made in Italy" equivalga a lavoro equo, qualità artigianale e produzione etica non è più incontestato
Il magazine americano Tfl, The fashion law, per esempio, in un articolo dell'11 dicembre scrive che per i consumatori, l'assunto che "made in Italy" equivalga a lavoro equo, qualità artigianale e produzione etica non è più incontestato.
"Finché non saranno attuate riforme significative, come una sorveglianza più stretta delle catene di approvvigionamento e definizioni legali più precise per l'etichettatura di origine, il "made in Italy" continuerà a funzionare non solo come strumento di marketing e cortina fumogena, ma anche come fonte di potenziale rischio reputazionale e ricaduta legale", si legge sul media newyorchese. "Il valore del marchio e il potere di determinazione dei prezzi (pricing power) in questo settore dipendono pesantemente dall'autenticità percepita, dalla provenienza e dalla distinzione etica. Quando la designazione "made in Italy" viene associata a pratiche di lavoro sfruttatrici piuttosto che all'eccellenza artigianale, il premio (premium price) che i consumatori sono disposti a pagare diventa più difficile da giustificare", rincara il magazine. Ma ecco una via d'uscita: " i marchi dovranno passare da un marketing basato sulla narrazione a una verifica basata sull'evidenza. Ciò potrebbe comportare integrazione verticale, audit di terze parti o quadri di responsabilità dei fornitori legalmente vincolanti. In un'era di crescente trasparenza, la sostenibilità dei margini del lusso sarà determinata non solo dall'estetica o dall'eredità storica, ma dalla conformità legale e dalla tracciabilità operativa", si legge nell'articolo.
Potrebbe essere il momento di adottare quella trasparenza radicale che pare essere temuta dalle griffe del lusso; qualcuno lo fa ma a spanne: il capo costa tanto perchè il tessuto è di qualità, le maestranze artigianali incidono sensibilmente sul prezzo di cartellino e via dicendo. La trasparenza radicale consiste (anche) nello spiegare quanto effettivamente costa al marchio, il capo che il cliente si accinge ad acquistare e quanto viene ricaricato il prezzo finale.
Potrebbe essere una manna di questi tempi. E, invece, quasi nessuno dei marchi della moda italiani si è spinto a raccontare dettagliatamente "cosa c'è" nel prezzo di cartellino. Insomma, story telling tanto, tantissimo, fiumi di parole sull'esperienza di acquisto (sempre esclusiva), e di vendita, ma nemmeno l'ombra di un piccolo conteggio con chiare voci e relativo costo: materiale, lavorazione, metalleria, bottoni, cerniera (il cosiddetto hardware) filo, trasporto, costo della confezione, tasse.
Quasi cinque anni fa FashionUnited raccontò il caso di Everlane, azienda americana di abbigliamento uomo e donna e accessori, con sede a San Francisco, che esplicita in maniera trasparente come arriva al prezzo retail sul cartellino di ciascun singolo capo.
In Italia tra i casi virtuosi figura il marchio Garment Workshop, co-fondato dal designer Federico Barengo, che racconta in maniera trasparente costi delle singole voci che vanno a comporre il costo dei capi ed evidenziano qual è il margine di ricarico dell'etichetta.
Imparare a descrivere i valori della moda di nuova generazione è un'altra leva che potrebbe fare la differenza. Come ha raccontato a FashionUnited la scorsa estate Giusy Bettoni, fondatrice e ceo di Class, acronimo di Creativity lifestyle and sustainable synergy, eco-hub internazionale con sede a Milano, la sostenibilità e le singole declinazioni della stessa, dall'impatto al materiale, dal riciclo al processo produttivo, infatti, devono essere raccontate, spiegate bene.
Etica, iniziative sociali, tracciabilità e trasparenza, ambiente, salute, iniziative di economia circolare, design, ingredienti, produzione, tintura e finissaggio sono i valori individuati da InsideOut by Class in un decalogo importante per l’identità e il valore del guardaroba e per il consumatore contemporaneo sempre più confuso su questo tema.
Eitca, per esempio, è definita come l’impegno verso il rispetto, per ogni individuo. A partire dagli aspetti legali, ma senza fermarsi a questi. La parola chiave è rispetto: un valore indispensabile per andare oltre e abbracciare pienamente questa visione. Per quanto concerne lo storytelling, questo valore mette in luce l’impegno del brand nel garantire rispetto per ogni persona e per le comunità, promuovendo condizioni di lavoro eque e un impatto ambientale ridotto. I brand etici operano con integrità, nei confronti dell’essere umano e della natura. Le iniziative sociali, invece, sono azioni positive e proattive, o interi programmi, che promuovono il benessere delle comunità e degli ecosistemi, andando oltre le normali attività aziendali.
La definizione di trasparenza e tracciabilità mette al centro la visibilità delle attività e delle partnership del brand, con informazioni dettagliate e accessibili pubblicamente sulla filiera e sul suo impatto. Una trasparenza che riguarda l’intero ciclo produttivo, dalla materia prima allo scaffale, non solo dichiarata, ma anche pienamente documentata. Ecco è qui, nello storytelling "documentabile e documentato" oltre che accessibile, che il consumatore potrebbe recuperare quella fiducia nella griffe, oppure confermarla.
A Prato è stato varato un protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato
La normativa e il rispetto delle leggi in tema di sfruttamento del lavoro, rimane ovviamente lo strumento preventivo principe in materia di caporalato ma ben vengano anche iniziative di tutela per i lavoratori che denunciano situazioni "opache". Il fenomeno del caporalato, naturalmente, è diffuso soprattutto nelle regioni e nelle città ad alta concentrazione di aziende del tessile e della pelletteria. Prato, per esempio, è una di queste. Il 15 ottobre, nella città toscana, è stato varato un nuovo strumento di tutela per i lavoratori sfruttati che decidono di denunciare. Nel dettaglio, il protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato.
Il protocollo serve a creare percorsi di presa in carico, protezione e reinserimento sociale per chi è vittima di una moderna forma di schiavitù. L’obiettivo è garantire protezione giuridica e sociale ai lavoratori stranieri irregolari che decidono di collaborare con la magistratura, sul modello delle norme già esistenti per i testimoni di giustizia. “Il protocollo serve a creare percorsi di presa in carico, protezione e reinserimento sociale per chi è vittima di una moderna forma di schiavitù”, ha sottolineato il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, come riporta la redazione di Prato del quotidiano La Nazione.