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Crisi dei consumi: l'ipotesi delle domeniche senza carrello potrebbe avere ripercussioni sulla moda

I dati sulle vendite al dettaglio impongono strategie mirate per alcuni segmenti di consumo più maturi come abbigliamento e le calzature
Retail|Opinion
Ultra fast fashion, giganti del commercio online e crisi dei consumi pesano sul retail Credits: FashionUnited, immagine generata con l'ausilio dell'Ia
Scritto da Isabella Naef

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La crisi dei consumi sta imponendo al settore del commercio una serie di riflessioni e di valutazioni. La chiusura dei negozi della grande distribuzione la domenica, per esempio, è una delle ipotesi accolta con favore da alcune rappresentanze dei lavoratori come Filcams Cgil, da sempre contraria alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, e lanciata da Ernesto Dalle Rive, presidente Ancc-Coop. "Come Coop stiamo facendo una riflessione che vorremmo condividere con il sistema della grande distribuzione: la chiusura dei supermercati la domenica per arrivare a un punto di caduta condiviso che potrebbe prevedere 6 giorni di apertura dei negozi" dice Dalle Rive.

Si tratterebbe di tornare indietro di anni, a prima dell'approvazione del decreto Salva Italia, che introdusse le aperture domenicali dei negozi

Insomma, si tratterebbe di tornare indietro di anni, a prima dell'approvazione del decreto Salva Italia, che introdusse le aperture domenicali e festive dei negozi (fino all'anno 2011, l'apertura degli esercizi commerciali è stata soggetta, in base alle norme legislative contenute nel D.Lgs. n. 114/1998 e alle disposizioni regionali e comunali, a limitazioni concernenti, in particolare, l'obbligo di chiusura domenicale e festiva e l'obbligo di rispettare determinati orari di apertura e chiusura).

Sicuramente una ipotesi, quella di tornare alle cosiddette domeniche "senza carrello" che potrebbe avere ricadute anche sulle grandi catene del fashion e del beauty che, per esempio, popolano i centri commerciali e la domenica accolgono clienti sia per le provviste di cibo, sia per l'acquisto di altri beni, come vestiti, accessori e prodotti per la cura della persona.

Ultra fast fashion, giganti del commercio online e crisi dei consumi sono da mesi al centro dell'attenzione delle associazioni della moda. Ovviamente si tratta, al momento, solo di riflessioni che vanno a sommarsi a tutta una serie di valutazioni all'ordine del giorno per negozianti ed esercizi commerciali non alimentari. Ultra fast fashion, giganti del commercio online, crisi dei consumi sono da mesi al centro dell'attenzione anche di Federmoda.

“E’ necessario che la moda trovi regole eque di mercato e un equilibrio di filiera, dalla produzione e lavorazione delle materie prime ai brand, passando per l’intermediazione professionale, al retail fino al consumatore finale. Ogni anello della filiera è forte solo se tiene insieme gli altri. Tra le distorsioni di mercato più sentite dal dettaglio moda siamo preoccupati per la concorrenza sleale dell’ultra fast fashion (ogni giorno circolano nella Ue 12 milioni di pacchi di basso valore esenti da dazi e spesso da controlli); inoltre il rapporto con i fornitori deve sempre essere improntato sulla trasparenza e la collaborazione commerciale", sottolineava, qualche mese fa, il presidente di Federazione moda Italia-Confcommercio, Giulio Felloni, nel corso del convegno “La distribuzione tra crisi, cambiamento e opportunità”.

Per arginare la concorrenza dell'ultra fast fashion dal primo gennaio è stata introdotta una tassa di 2 euro sui pacchi di valore non superiore a 150 euro provenienti da paesi extra-Ue. La norma, si legge nella relazione tecnica del Governo, riguarderà circa 327 milioni di spedizioni e porterà un gettito di 122,5 milioni nel 2026 e 245 milioni a regime dal 2027 in poi. Nel comma 1-ter viene specificato che "il contributo", sarà "pari a 2 euro per ciascuna spedizione" ed "è riscosso dagli Uffici delle dogane all’atto dell’importazione definitiva delle merci oggetto delle spedizioni".

Federazione Moda Italia-Confcommercio ha proposto anche altre misure concrete per il rilancio dei consumi e della moda, dalla detrazione fiscale per acquisti nei negozi di vicinato di prodotti moda Made in Ue e sostenibili, all' Iva agevolata sui prodotti fashion.

Si tratta di interventi urgenti, "perché nel 2024 hanno chiuso 18 negozi di moda ogni giorno, per un totale di 6.459 in un anno, e perché la spesa delle famiglie per abbigliamento e accessori negli ultimi 5 anni è calata di quasi 4 miliardi di euro", spiegava Felloni.

In questo scenario, quindi, bisogna capire quale peso potrebbe avere la chiusura dei negozi della grande distribuzione, auspicata da Ancc-Coop Italia.

Secondo due ricerche dell’Ufficio Studi Coop condotte a dicembre 2025, gli italiani che si affacciano sul 2026 sembrano immergersi in un bagno di realtà che li mette a diretto contatto con un mondo ostile dove i conflitti bellici, le diseguaglianze sociali, il climate change. La preoccupazione, la prima parola scelta dagli italiani per definire l’anno che verrà (37% del campione), viaggia di pari passo con l’insicurezza (23%) anche se, sul finire d’anno, non manca la voglia di resistere con uno su 4 che si attacca comunque tenacemente all’ottimismo (25%), e alcuni chiamano in causa persino la curiosità e la fiducia (24%).

Le vendite al dettaglio di novembre registrano, rispetto al mese precedente, una crescita sia in valore sia in volume (rispettivamente +0,5% e +0,6%).

I dati pubblicati oggi dall'Istat, indicano che a novembre 2025 le vendite al dettaglio registrano, rispetto al mese precedente, una crescita sia in valore sia in volume (rispettivamente +0,5% e +0,6%). L’aumento riguarda tanto i beni alimentari (+0,5% sia in valore sia in volume) quanto quelli non alimentari (+0,7% sia in valore sia in volume). Numeri accolti positivamente da Confcommercio: "il dato di novembre, seppure atteso in base alle indicazioni emerse sull’andamento delle vendite durante il periodo del Black friday, costituisce un prezioso elemento di sostegno all’idea che la parte finale del 2025 sia stata piuttosto vivace anche in termini di spesa delle famiglie. A supporto di quest’ipotesi c’è anche il fatto che il dato di novembre segue il miglioramento di ottobre: due variazioni congiunturali positive e significative non si verificavano da quasi due anni: questo il commento dell’ufficio studi Confcommercio ai dati Istat di oggi", specifica l'associazione, ponendo attenzione, però, sulle difficoltà per alcuni segmenti di consumo più maturi, gli alimentari, l’abbigliamento e le calzature. "Tale situazione continua a riflettersi molto negativamente soprattutto sulle imprese di minori dimensioni", spiega Confcommercio.

Le multinazionali online potrebbero avvantaggiarsi della chiusura domenicale dei negozi

Per Federdistribuzione, che riunisce e rappresenta le aziende della distribuzione moderna, alimentare e non alimentare, che operano con reti di negozi fisici e attraverso i nuovi canali digitali e che realizzano un giro d’affari di oltre 86 miliardi di euro, e contano una rete distributiva di oltre 18.600 punti vendita, dando occupazione a più di 225.000 addetti, lo scenario attuale, nonostante il progressivo rientro dell’inflazione, non consente di intravedere nel breve periodo una reale ripresa della domanda interna.

Sicuramente la chiusura domenicale dei negozi non rappresenta una soluzione. "Sono rimasto sorpreso dalla proposta, in alcuni suoi punti la ritengo antistorica, contro le imprese e i clienti", ha spiegato al Sole 24 ore, Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione. Tra le motivazioni anche il fatto che ad avvantaggiarsi della chiusura potrebbero esserci le multinazionali online.

"I dati diffusi dall’Istat confermano una fase di debolezza dei consumi, su cui continuano a pesare gli effetti di un contesto generale segnato da forte incertezza, acuita dal protrarsi delle tensioni geopolitiche internazionali", spiega l'associazione.

Federdistribuzione: l’avvio poco dinamico dei saldi invernali evidenzia cautela da parte delle famiglie

"Un quadro che, nonostante il progressivo rientro dell’inflazione, non consente di intravedere nel breve periodo una reale ripresa della domanda interna. A confermarlo è anche l’avvio poco dinamico della stagione dei saldi invernali, che evidenzia una cautela ancora marcata da parte delle famiglie", spiega Federdistribuzione, indicando come fondamentale una ripresa strutturale dei consumi nel corso del 2026, condizione indispensabile per garantire la sostenibilità economica delle imprese e la crescita futura dell'Italia.

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