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Montenapo e via dei Condotti ai primi posti del ranking italiano delle high street

Scritto da Isabella Naef

20 ott 2021

Retail

Pexels, Andrea Piacquadio

Il settore retail ha iniziato a reagire mostrando i primi segnali positivi. A confermarlo sono i dati rilevati nel nuovo Fashion & High street report 2021, realizzato da Federazione Moda Italia-Confcommercio con World Capital.

Secondo il Retail high street in Italia è il Nord a trainare il comparto con una percentuale di tasso di sconto in lieve diminuzione, una forbice dei canoni di locazione (valore medio minimo -1,2 per cento e valore medio massimo +1,2 per cento) che si allarga e i rendimenti in lieve ridimensionamento (in media dal 6 per cento al 5,6 per cento).

Nel mercato del lusso le vendite online hanno costituito in tutto il mondo 49 miliardi di euro nel 2020

Scenario più stabile al Centro, mentre al Sud nelle vie dello shopping i canoni di locazione risultano ancora in lieve calo (valore minimo medio -3 per cento e valore massimo medio -0,9 per cento).

Dallo studio emerge inoltre che le prime posizioni del ranking italiano delle high street rimangono pressoché invariate rispetto al semestre precedente con via Montenapoleone (10.800 euro/metro quadrato/anno, canone massimo +3 per vento) a Milano, via dei Condotti (9.600 euro/metri quadrati/anno, canone massimo +2 per cento) e Piazza di Spagna (7.450 euro/metri quadrati/anno, canone massimo +1 per cento) a Roma. Tuttavia, si leggge nel report, correlando il canone di locazione medio per high street con la lunghezza commerciale, valutando così l’effettivo valore della location, la situazione cambia. Infatti, al primo posto troviamo Roma con via del Corso seguita da Milano con via Montenapoleone e corso Buenos Aires.

Nel mercato del lusso le vendite online hanno costituito in tutto il mondo 49 miliardi di euro nel 2020

Dando uno sguardo alle fasi congiunturali salienti del settore retail, secondo Federazione moda Italia-Confcommercio i dati risultano più confortanti rispetto ai primi mesi dell’anno. Dal mese di aprile la percentuale di aziende che ha optato per la cassa integrazione è in costante calo. Per quanto riguarda la risposta dei consumatori, il trend si orienta maggiormente verso un progressivo ritorno agli acquisti nei negozi di prossimità dopo il forzato ricorso all’online, dovuto principalmente alle restrizioni nei movimenti e alle limitate occasioni d’incontro, ma anche alle nuove modalità di lavoro, che hanno modificato flussi e abitudini dei consumatori. Focalizzandoci sui canali di vendita online, dal mese di marzo a luglio i social network (con Instagram al 30,3 per cento, Whatsapp al 16,7 per cento e Facebook al 13,6 per cento) e i siti web (propri al 21,2 per cento e piattaforme terze al 9,1 per cento) sono stati i mezzi privilegiati dai commercianti, con una lieve diminuzione ad agosto.

“La pandemia ha portato alla chiusura complessiva dei nostri negozi per 138 giorni, pari al 35 per cento della capacità lavorativa. Di questa situazione si sono sicuramente avvantaggiati i colossi del web. Quelle multinazionali ben strutturate anche dal punto di vista logistico che hanno ottenuto una importante rendita di posizione e sulle quali continuiamo a ribadire la necessità di parità di regole nonché di una coerente tassazione. Abbiamo, quindi, sottolineato al Governo l’improcrastinabile necessità di estendere, nella prossima manovra di bilancio, il contributo sotto forma di credito d’imposta del 30 per cento delle eccedenze di magazzino, a oggi previsto inspiegabilmente solo per l’industria della moda, anche e soprattutto alla distribuzione commerciale del fashion. C’è da dire, comunque, che questo periodo è stato utile per accelerare anche il percorso di digitalizzazione dei nostri store. Basti pensare che nel 2019 solo il 14,4 per cento delle imprese del dettaglio moda aveva associato alla vendita tradizionale l’ecommerce. Nei primi mesi del 2021, tale percentuale è salita al 51,2 per cento” commenta Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio.

Il digitale, dunque, gioca un ruolo fondamentale, sia per il consumatore sia per gli operatori commerciali, anche per veicolare in modo chiaro e innovativo identità, proposte e servizi. Nel mercato del lusso, che comprende anche il segmento moda, le vendite online hanno costituito in tutto il mondo 49 miliardi di euro nel 2020, in crescita rispetto ai 33 miliardi di euro del 2019. Facendo una previsione per il futuro, si stima che tra il 2021 e il 2025 la dimensione del mercato ecommerce potrebbe crescere a livello globale a un tasso annuale del + 11,6 per cento. Questo lo scenario evidenziato dal nuovo Snapshot “Tendenze emergenti del comparto retail post Covid19”, un recente studio realizzato dal Dipartimento di Ricerca di World Capital, volto ad analizzare come l’ecommerce sta rivoluzionando lo store fisico. La ricerca, che vanta la testimonianza di importanti brand del panorama Streetwear mostra come sta cambiando il paradigma dello store, non più solo sales-oriented, ma molto più hybrid ovvero come luogo di eventi e scambio di esperienze, oltre che per la vendita.

“Volendo fare una previsione per il futuro, possiamo ipotizzare che se gli incubatori commerciali vorranno adeguarsi e reagire all’attuale domanda dell’ecommerce e alla forte saturazione della domanda dettata da un’offerta sovradimensionata (soprattutto nel Nord Italia) dovranno puntare su particolari fattori”, ha sottolineato Andrea Faini, ceo di World Capital. “In primo luogo ci si dovrà orientare su spazi flessibili e polifunzionali, degli “entertainment centre”, veri e propri luoghi mixed-use in cui non solo fare shopping, ma anche vivere, lavorare e divertirsi. Non mancherà la componente digital con servizi di delivery e click and collect, tecnologie per la sosta innovative e molto altro. Ma anche spazi sostenibili e a basso impatto.”