Prato e fast fashion: scoperto un laboratorio dove clandestini lavoravano 14 ore al giorno, sei giorni su sette, per 800 euro al mese
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A circa un mese di distanza dalle misure cautelari disposte dalla Procura di Prato nei confronti di una famiglia accusata di sfruttamento del lavoro finalizzato alla produzione di capi per note catene del fast fashion, a Prato, in via Palestro, è stato scoperto un laboratorio di confezionamento di capi di abbigliamento con lavoratori privi di permesso di soggiorno. Arrestata la titolare di origine cinese.
I lavoratori vivevano in condizioni alloggiative degradanti in un dormitorio posto di fronte alla sede del laboratorio
All'interno del laboratorio sono stati individuati dieci lavoratori di nazionalità cinese privi di permesso di soggiorno, di età variabile tra i 20 e i 60 anni. Sono state evidenziate dalla Procura di Prato l'assoluta carenza delle tutele in materia di salute e sicurezza dei lavoratori. "Sono risultate condizioni alloggiative degradanti per i lavoratori ospitati in un dormitorio posto di fronte alla sede del laboratorio, dove veniva esercitata l'attività lavorativa", si legge nel provvedimento della procura. Dalle investigazioni è emerso che i lavoratori prestavano attività lavorativa dalle 8 alle 22, dal lunedì al sabato, per un totale di 14 ore al giorno con una pausa di soli 30 minuti per pasto. La retribuzione si aggirava intorno agli 800-900 euro. Dalle carte della procura, firmate dal procuratore della Repubblica Luca Tescaroli, emerge un sistema di pagamento a cottimo, parametrato a circa 0,60 euro per pezzo cucito. Una parte della retribuzione, circa 400 euro, veniva elargita in contanti.
Questa è parte della cronaca del 22 aprile e non differisce di molto da quanto emerso il 19 marzo, quando, sempre a Prato, marito, moglie, figlio e nuora sono stati colpiti da misure cautelari per lo sfruttamento del lavoro finalizzato alla produzione di capi per note catene del fast fashion. Il tutto rientra nella strategia della Procura di Prato per bonificare una filiera caratterizzata da condizioni inumane.
Un sistema che è nell'occhio del mirino anche della Procura di Milano, che da tempo è impegnata nell'inividuazione del caporalato della moda, molto spesso legato a grandi griffe del lusso.
Sta di fatto che nonostante queste attività, episodi di sfruttamento e condizioni di lavoro degradanti sembrano all'ordine del giorno nel territorio di Prato. Il fenomeno del caporalato, naturalmente, è diffuso soprattutto nelle regioni e nelle città ad alta concentrazione di aziende del tessile e della pelletteria, come Prato.
Un protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato
Il 15 ottobre 2025, nella città toscana, è stato varato un nuovo strumento di tutela per i lavoratori sfruttati che decidono di denunciare. Nel dettaglio, il protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato.
L’obiettivo è garantire protezione giuridica e sociale ai lavoratori stranieri irregolari che decidono di collaborare con la magistratura, sul modello delle norme già esistenti per i testimoni di giustizia. “Il protocollo serve a creare percorsi di presa in carico, protezione e reinserimento sociale per chi è vittima di una moderna forma di schiavitù”, ha sottolineato il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, come riportava, lo scorso autunno, la redazione di Prato del quotidiano La Nazione.
Nel dettaglio, il protocollo nasce per favorire l'emersione del fenomeno, anche mediante l’adozione di iniziative volte a facilitare la raccolta delle denunce e a favorire il superamento, da parte delle vittime, di obiettive difficoltà e di reticenze tali da scoraggiare l’interlocuzione con l’Autorità; per garantire assistenza alle vittime nei casi previsti, agevolandone l’accesso alla giustizia; per sostenere i migranti nell’uscita da situazioni di sfruttamento lavorativo e favorire la loro integrazione.
Il protocollo arriva dopo anni in cui è dilagata la cosiddetta "guerra delle grucce", ovvero una battaglia combattuta da fazioni interne alla comunità cinese per accaparrarsi il mercato degli appendiabiti, un giro d’affari che a Prato, il più grande distretto del fast fashion d’Europa, vale oltre cento milioni di euro all’anno. La guerra riguarda anche la logistica e le spedizioni del comparto della moda, come riportato dal periodico Noi Antimafia. Si tratta di un commercio illegale che dall’inizio del 2023 a giugno del 2024 ha fruttato più di un miliardo e mezzo di euro per le importazioni di merci dalla Cina e acquisti intra unionali (ovvero transazioni finanziarie effettuate tra soggetti che vivono negli Stati membri dell’Unione europea) per quasi 11 miliardi.
“È in atto una contrapposizione tra gruppi imprenditoriali cinesi antagonisti per il controllo del redditizio mercato della produzione delle grucce e della logistica che ha registrato la commissione di plurimi delitti a base violenta”, ha sottolineato Luca Tescaroli procuratore di Prato che, nell’ottobre del 2024, ha inviato una relazione al ministero della Giustizia. Prato, la seconda provincia più popolosa della Toscana, è considerata oggi il cuore produttivo del settore dell’abbigliamento in Italia e in Europa. C’è però un fenomeno criminale, molto diffuso negli ultimi anni che minaccia la credibilità delle aziende che operano e lavorano regolarmente. La città laniera, infatti, è teatro di una battaglia economica aggressiva, ribattezzata dalla stampa “guerra delle grucce”.
Un business, come aveva spiegato al Corriere della Sera Tescaroli, generato dal fatto che la materia prima viene lavorata in evasione fiscale tramite appunto le imprese “apri e chiudi”. Una volta indebitate con l’Erario vengono dismesse e create new company per iniziare nuova attività”. Le nuove aziende aprono i battenti proseguendo la produzione con gli stessi macchinari e lo stesso personale, che nella maggioranza dei casi è assunto in modo irregolare e soggetto a sfruttamento con turni lavorativi estenuanti di dodici o sedici ore al giorno.