L'altra faccia della moda: incendi dolosi a due ditte di abbigliamento a Prato

Mentre i marchi della moda presentano le nuove collezioni, il più grande centro di produzione di abbigliamento d'Europa torna al centro della cronaca
Moda
A Prato si sono verificati incendi dolosi a due ditte di abbigliamento Credits: Pexels, Seyfi Durmaz
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Proprio mentre le collezioni per la primavera estate 2027 venivano presentate negli stand di Pitti Uomo, a pochi chilometri di distanza, a Prato, il 16 giugno è stata emessa una ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un cittadino cinese residente a Prato, per il reato di duplice incendio doloso, in pregiudizio di due ditte di abbigliamento, gestite da connazionali, ubicate nel cuore della Chinatown pratese, rispettivamente, in via Veneto e in via Val d'Aosta, e di resistenza a pubblico ufficiale. Si tratta di reati commessi nella notte tra il 12 e il 13 giugno.

L'episodio porta alla ribalta tutti i problemi che affliggono il più grande centro di produzione di abbigliamento d'Europa

Come si legge nell'ordinanza firmata dal procuratore della Repubblica
Luca Tescaroli "di fondamentale importanza si sono rivelate le indicazioni collaborative fornite da due cittadini cinesi, dipendenti delle imprese gravemente danneggiate, che consentivano di individuare e fermare a breve distanza dai fatti l'autore che aveva alimentato le fiamme, utilizzando degli scatoloni di cartone presenti dinanzi a una delle due aziende".

Il movente è ancora da appurare ma, forse, potrebbe essere legato a rivalità fra concorrenti.

Sta di fatto che le fiamme hanno provocato gravi danni strutturali agli immobili e la distruzione di parte delle merci tessili stoccate in uno dei due stabilimenti. Un episodio che porta alla ribalta, ancora una volta, tutti i problemi che affliggono il più grande centro di produzione di abbigliamento d'Europa, pilastro del made in Italy. Si va dalla contraffazione, alla guerra delle grucce, dal caporalato, alla corruzione, dalla violazioni del diritto del lavoro e delle norme di sicurezza, alla frode fiscale e doganale.

FashionUnited da tempo racconta le difficoltà di chi opera per sanare queste situazioni, l'impegno delle aziende nel monitorare la filiera della moda e intervenire tempestivamente laddove si riscontrino delle irregolarità e gli sforzi che le istituzioni stanno facendo per favorire l'emersione del fenomeno dello sfruttamento del lavoro (a fine aprile, per esempio, a Prato è stato scoperto un laboratorio di confezionamento di capi di abbigliamento con lavoratori privi di permesso di soggiorno, a maggio la procura della Repubblica di Prato ha individuato e sequestrato circa cinquemila articoli di maglieria di moda contraffatti) e per garantire una maggiore trasparenza.

Per esempio, lo scorso autunno, nella città toscana, è stato varato un nuovo strumento di tutela per i lavoratori sfruttati che decidono di denunciare. Nel dettaglio, il protocollo garantisce protezione e assistenza ai clandestini vittime di caporalato.

Si tratta di azioni che possono avere effetto sul medio e lungo periodo ma che devono essere supportate dalle aziende stesse anche attraverso azioni di sensibilizzazione verso i consumatori e attraverso una maggiore diffusione delle informazioni sulla filiera. Alla base del caporalato, infatti, talvolta ci sono politiche di impresa che devono mutare.

All'apice del problema, al di là delle responsabilità penali individuali, c'è un sistema, un modello organizzativo, che deve mutare non solo per impedire che i manager commetteno reati, ma per evitare di agevolare soggetti che fanno parte della catena di fornitura e che operano in situazioni di sfruttamento lavorativo.

"Dello sfruttamento lavorativo beneficiamo tutti" sottolineava durante un convegno, al Politecnico di Milano, lo scorso gennaio, Paolo Storari, sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano, facendo l'esempio dei rider che porta il cibo del ristorante al domicilio dei clienti. Il fenomeno dello sfruttamento lavorativo "non è frutto di scelte individuali, cioè non abbiamo l'amministratore delegato cattivo che si comporta male, ma sono frutto politiche di impresa", aggiungeva il magistrato.

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