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Jeckerson: ok dai creditori alla proposta di concordato

Jeckerson spa, che controlla le società JRetail, Jeckerson Us e JRetail Sarl, ha ricevuto in settimana approvazione dai creditori sulla proposta di concordato con l’82,91 percento di voti favorevoli. L’azienda, spiega il management in una nota, "prosegue così nella lunga operazione di turnaround che, grazie alla guida dell’amministratore delegato Gian Maria Argentini e al supporto degli studi Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners e Leonelli-Santini & Partners, dell’avvocato Antonio Rossi con advisor finanziario Equita Sim, è stata condotta senza causare alcuna interruzione dell’operatività".

Lo scorso luglio l'azienda aveva presentato al tribunale di Bologna un’istanza di concordato in continuità.

Jeckerson: ok dai creditori alla proposta di concordato

Jeckerson è un marchio fondato a Bologna nel 1995 e dal 2008 di proprietà del fondo Stirling Square Capital Partners

La società, grazie anche alla nuova finanza fornita attraverso un veicolo appositamente creato dall’azionista di riferimento, il fondo inglese Stirling Square Capital Partners, ha mantenuto stabilità, garantendo ai fornitori operativi continuità e ai clienti la consegna puntuale delle collezioni, spiega ancora la nota.

L’operazione appena approvata, in attesa dell’omologa, consente una profonda revisione del debito finanziario e ridà all’azienda la possibilità di tornare a investire per sostenere e promuovere la crescita aziendale.

Jeckerson è un marchio fondato a Bologna nel 1995 e dal 2008 di proprietà del fondo inglese Stirling Square Capital Partners. L'azienda conta 35 negozi monomarca sul territorio italiano.

Foto: Jeckerson press office
Altagamma: il lusso ha fatturato 860 miliardi nel 2016

Il lusso ha raggiunto gli 860 miliardi di euro nel 2016 ed è destinato a crescere ma deve sapersi rinnovare. Le condizioni per una ulteriore crescita si possono declinare in multicanalità dell'offerta, creatività, personalizzazione e un uso sempre più sofisticato dei social network. Queste alcune delle tendenze emerse ieri, a Milano, durante la presentazione del convegno “Altagamma consumer and retail insight”, la quarta edizione del True-Luxury global consumer insight condotto con The Boston Consulting Group e la quinta dell’Altagamma Retail Evolution condotto con Exane Bnp Paribas .

Nell’alto di gamma il negozio fisico oppure il retail monomarca sono i canali che hanno registrato il maggior calo di vendite, Il trend da seguire è la multicanalità, ovvero la ricerca online seguita dall’acquisto in negozio e viceversa. Nel 2016, numeri alla mano, il 61 percento degli acquisti è stato influenzato dal digitale, con picchi del 72 percento per gli Stati Uniti.

Altagamma: i consumatori totali saranno 490 milioni nel 2023 e spenderanno 1.185 miliardi

Nel dettaglio, l’indagine True-Luxury Global Consumer Insight, presentata da Armando Branchini, vice presidente Fondazione Altagamma, da Nicola Pianon, senior partner e managing director di Bcg, e da Federico Bonelli, principal di Bcg, ha analizzato più di 12.000 consumatori di 10 diverse nazionalità, con spesa media annuale intorno ai 36.000 euro. Nel complesso nel 2016 i consumatori di alta gamma nel mondo sono stati 415 milioni e hanno speso 860 miliardi, includendo prodotti unbranded ed escludendo automobili e yachts. Il numero di consumatori totali è previsto crescere fino a 490 milioni nel 2023, quando arriveranno a spendere 1.185 miliardi. Focus dello studio sono i consumatori true-luxury, 17 milioni di persone che hanno speso nel 2016 250 miliardi: il 4 percento dei consumatori del lusso è quindi responsabile del 30 percento dei consumi totali, evidenziando il fenomeno di polarizzazione in atto nei consumi lusso, in linea con il trend di distribuzione della ricchezza mondiale.

Altagamma: i social media sono usati dal 72 percento dei consumatori true-luxury per dialogare con i marchi

"I consumatori true-luxury, la parte alta della piramide del lusso, continuano ad avere un forte appetito e un trend di crescita sano e stabile, resistente nonostante lo slow down del mercato complessivo", ha commentato Pianon. "A rallentare è la parte di consumatori aspirazionali che sta contraendo il passo, soprattutto negli acquisti di beni di lusso personale".

Se il mercato lusso in generale rallenta (in particolare i beni personali nel segmento aspirazionale), la parte più alta della piramide, trainata da cinesi e americani, mostra una crescita stabile sia nei beni personali, sia nel consumo esperienziale (+6-7 percento). Questi consumatori prevedono in futuro di incrementare la spesa in calzature, borse, profumi e cosmetici, e di diminuirla in piccola pelletteria e in cravatte e foulard di seta.

I dati, inoltre, hanno evidenziato che sono in crescita i consumi locali per i true-luxury consumers. I cinesi in particolare sono passati dal 39 percento del 2014 al 65 percento del 2016 come percentuale di acquisti “fatti nel mercato domestico”. Il 50 percento dei consumatori (soprattutto millennials e americani) sta percependo in misura crescente un disallineamento tra prezzo e valore del prodotto dovuto ad aumento dei prezzi, ma anche a diminuzione della qualità e a una perdita di esclusività dei brand e dei prodotti. Una percezione che indurrà un consumatore su due a non comprare più il brand in questione. Un brand su quattro corre questo rischio. Il 50 percento dei consumatori true-luxury, infatti, trova che non vi sia più equilibrio tra prezzo pagato e valore del prodotto. "Significa”, ha commentato Pianon “che la qualità offerta e l'esclusività non sono più considerate adeguate ai livelli di prezzo richiesti. La reazione è la rinuncia all'acquisto, la ricerca di prodotti off-price sui canali fisici o digitali che lo consentono, o il trading down, verso i prodotti offerti da marche premium o addirittura verso fast fashion come Zara o H&M".

Un'altra tendenza che emersa con chiarezza: è quella legata al rafforzamento del casualwear tra i consumatori del lusso, sempre più accettato anche in occasioni "formali"o importanti. Il che significa che cresce anche il fenomeno dei prodotti casual di lusso come le sneakers e delle Luxury Down-Jackets (da 0,5 miliardi a 2 miliardi). Un fenomeno che va di pari passo con la richiesta di personalizzazione dei prodotti.

Una nota positiva è emersa poi per il made in Italy: l’Italia è considerata in tutto il mondo il primo Paese per qualità della manifattura di beni di lusso personali (29 percento di preferenze contro le 23 percento della Francia e il 12 percento degli Usa).

Come anticipato, inoltre, sono diminuite le le vendite imputabili integralmente al negozio fisico: il vero trend è la multicanalità (ricerca online e acquisto in negozio e inverso). Dati alla mano, il 61 percento degli acquisti è influenzato dal digitale, con la punta del 72 percento per gli Stati Uniti. Il retail monomarca ha registrato un calo di traffico e di vendite, soprattutto a causa di una shopping experience non soddisfacente e del troppo lento rinnovamento degli assortimenti.

I social media vanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nel processo di acquisto. Infatti, il passaparola è il primo fattore di influenza all’acquisto, grazie soprattutto ai social media, usati dal 72 percento dei consumatori true-luxury per dialogare con i brand, con una frequenza elevatissima.

Per quanto riguarda i profili dei consumatori, il 90 percento della crescita è a carico dei primi 3 segmenti comportamentali: gli absolute luxurer (top spender, connoisseur raffinati ed eleganti, contano per il 27 percento dei consumi totali), megacitier (millenial delle grandi mega-city, trendy, contano per il 17 percento dei consumi totali), e i social wearer (attenti alla sostenibilità sociale e ambientale, 7 percento dei consumi totali).

L’Altagamma retail evolution, presentata da Luca Solca, managing director global luxury goods di Exane Bnp Paribas, ha indagato l’evoluzione e le prospettive delle strategie retail delle imprese lusso considerando più di 16.000 punti vendita. I brand del lusso stanno consolidando le reti distributive, con pochissime nuove aperture e una sempre maggiore integrazione tra retail fisico e digitale: un processo che conduce a negozi più piccoli e con maggiore produttività. "L’era della crescita facile fatta di aperture di negozi e aumenti di prezzo é ormai dietro di noi. Le priorità nel retail di lusso oggi sono l’aumento della produttività, ottenuta con innovazione di prodotto più rapida, integrazione dell’offerta digitale al punto di vendita e negozi più compatti. Il negozio diventerà molto di più che uno sfoggio di dimensioni e materiali, ma un modo per il marchio di esprimere e confermare i propri valori e la propria unicità", ha spiegato Solca.

Foto: Armando Branchini, vice presidente Altagamma, credit Altagamma press office
Basicnet: vendite in aumento nel FY 2016

Basicnet ha chiuso l’esercizio 2016 con vendite aggregate per 740 milioni di euro, in crescita dell’1,3 percento rispetto al 2015. Forte l'impulso agli investimenti in comunicazione e in sponsorizzazioni nel corso dell'anno.

“Dopo un 2016 caratterizzato dall’aumento degli investimenti di marketing, siamo entrati nel 2017 con importanti segnali di crescita dal network mondiale dei licenziatari sulla raccolta ordini di tutti i brand", ha sottolineato l’amministratore delegato Gianni Crespi. "Oltre alla soddisfazione commerciale ci fa piacere sottolineare la solidità, sostenibilità e scalabilità del nostro modello di business, la qualità e la crescita professionale dei colleghi nei diversi ruoli, l’impostazione positiva del passaggio generazionale che sta procedendo con passo sicuro, il continuo affinamento della piattaforma tecnologica e lo sviluppo del software tutto proprietario. Tutti fattori di eccellenza dell’azienda che, uniti alla forza dei marchi del Gruppo BasicNet, fanno prevedere un 2017 positivo e un ulteriore sviluppo nei prossimi anni”.

L’Ebitda di Basicnet si è attestato a 21,5 milioni di euro (erano 32 milioni nel 2015)

Il consiglio di amministrazione di BasicNet spa, si è riunito ieri sotto la presidenza di Marco Boglione, e ha preso visione dei dati preliminari relativi all'esercizio 2016, in attesa di quelli definitivi che saranno esaminati il 22 marzo. L'Ebit si è attestato a 15,2 milioni (erano 25,7 milioni nel 2015).

Per quanto riguarda i singoli marchi, il fatturato dei marchi Kappa e Robe di Kappa è cresciuto complessivamente del 3,3 percento. Il marchio Superga è cresciuto nelle Americhe (+42,7 percento), in particolare negli Stati Uniti e, per effetto dell’entrata a regime delle licenze, nei territori di Cile, Colombia e Panama. In Europa è cresciuto in Germania (+42,6 percento), Nord Europa (+56,3 percento) e Olanda (+89,1 percento), mentre ha registrato rallentamenti in Turchia e Grecia. In Italia, dove il marchio è stato oggetto di una razionalizzazione dei canali distributivi, con rinuncia di una porzione di fatturato a favore di un miglior posizionamento del brand, il fatturato è sceso del 10,5 percento.

Anche il mercato asiatico ha registrato "una sofferenza dovuta all’interruzione della licenza col licenziatario indiano per disaccordi sulle sue metodologie commerciali e al rallentamento delle vendite dei mercati cinese e di Hong Kong e di quello sud-coreano", ha spiegato il management in una nota.

Il marchio K-Way, +7,3 percento rispetto al 2015, ha registrato la maggior crescita commerciale in Asia (+37,4 percento) per il positivo sviluppo del mercato giapponese e il rafforzamento delle vendite sul mercato sud-coreano. "Crescita del 6,2 percento del mercato europeo legata allo sviluppo di Italia, Francia e Belgio", recita la nota.

Foto: K-Way, la nuova collezione di accessori realizzata in eco leather, credit: ufficio stampa K-way
Le startup della moda: Lanieri vende il su misura online

INTERVISTA Prosegue questo giovedì la serie di interviste dedicate agli startupper, ossia agli imprenditori che hanno deciso di trasformare un’idea brillante, molto spesso legata alle tecnologie e al digitale, in una opportunità di business. Questa serie sarà pubblicata a giovedì alterni su FashionUnited. Oggi abbiamo intervistato Simone Maggi che, nel 2011, insieme a Riccardo Schiavotto, ha avuto l’intuizione di creare un ecommerce “made in Italy” di abiti su misura maschili: Lanieri. Oggi l’azienda è multichannel, ha un team di 25 persone tutte under 28 anni e ha chiuso il 2015 con un milione di fatturato. L’offerta comprende abiti, camicie, smoking e cappotti.

Come e quando nasce l’idea di vendere online abiti su misura?

Era il 2011 e mi trovavo a Parigi, dove frequentavo il Master of business administration della Scuola di Alta formazione al management, con Riccardo Schiavotto. Il padre di un nostro compagno di corso aveva esperienza nell’abbigliamento su misura e, un po’ per gioco devo dire, abbiamo cominciato a buttare giù un business plan per verificare se l’idea di sfruttare innovazione e web in questo segmento di mercato potesse avere risvolti concreti. L’idea era di offrire online abiti su misura da uomo, rigorosamente made In Italy, coniugando così una delle più apprezzate eccellenze italiane con un’innovativa modalità di vendita. Una volta ultimato il business plan abbiamo deciso di partecipare al premio Start Cup Piemonte 2012, organizzato in collaborazione con il Politecnico di Torino, dove ci siamo aggiudicati il secondo posto assoluto e il primo posto tra le startup Ict.

Le startup della moda: Lanieri vende il su misura online

Dove avete trovato i capitali per cominciare l’attività imprenditoriale?

In occasione della premiazione, abbiamo conosciuto la dirigenza della Successori Reda Spa, storico lanificio biellese. Questa azienda ha deciso di “adottare” Lanieri, offrendo supporto operativo, expertise di prodotto e i capitali necessari per avviare l’attività. Io e Riccardo (Schiavotto, ndr), siamo quindi entrati a tempo pieno in azienda focalizzandoci rispettivamente su information technology e marketing.

A quanto ammontava il primo capitale investito e cosa ne avete fatto?

Abbiamo investito 1,5 milioni di euro nel sito. Poi, con il tempo, ci siamo resi conto che vendere solo attraverso il web era complicato, e che il digital doveva integrarsi con attività offline dove il cliente potesse toccare con mano i tessuti e la qualità delle lavorazione dei prodotti. E’ così che da un approccio esclusivamente digitale siamo passati alla multicanalità e, nel 2014, abbiamo aperto un temporary show room in via della Spiga, a Milano.

Avete aperto altri negozi fisici dopo quello di Milano? Come vengono prese le misure online?

Abbiamo organizzato diversi eventi offline, sia a Milano, sia a Londra. Nella primavera 2015 è stato inaugurato l’atelier di Milano, al quale sono seguite le aperture di Roma, Torino e Bologna Monaco di Baviera e di Parigi. L’approccio omnichannel, che associa la possibilità di vivere l’esperienza di acquisto online oppure in atelier, ha permesso di consolidare la presenza di Lanieri sui nuovi mercati presidiati. Oggi, a ogni acquisto effettuato offline corrispondono 1,5 ordini online: un dato che ben rappresenta il graduale passaggio al digitale di un servizio storico, quello della sartoria, che in Italia costituisce una vera e propria eccellenza. A questo proposito devo dire che uitlizziamo le materie prime più pregiate presenti sul mercato: tra i brand figurano Loro Piana, Ermenegildo Zegna, Thomas Mason, Albini. Per quanto riguarda le taglie ci avvaliamo di un algoritmo che consente di tradurre le 14 misure anatomiche richieste al cliente nelle misure tecniche del prodotto finito. Il processo di presa misure è facile e viene spiegato nel dettaglio nel sito internet, comprensivo di video esplicativi.

Aprire un atelier richiede grossi investimenti, corretto?

In realtà i nostri sono smart atelier, ossia non richiedono grosse superfici, visto che non abbiamo necessità di portare grandi quantitativi di pezze: si va dai 50 agli 80 metri quadrati. In alcuni casi, inoltre, questi spazi non hanno vetrina su strada. Le persone che sono nell’atelier sono istruite sulla digitalizzazione e il cliente viene informato sul prodotto e sul sistema con cui operiamo.

Le startup della moda: Lanieri vende il su misura online

Quanto tempo ci vuole per avere un abito, quali sono i prezzi e qual è il vostro target?

In quattro settimane l’abito è pronto. Siamo in un range di prezzo che va dai 590 euro ai 1040 circa, diciamo che siamo su una fascia che è inferiore del 30-40 percento rispetto alla sartoria tradizionale. Il nostro obiettivo non è fare concorrenza all’altissima sartoria italiana ma di conquistare un altro segmento di mercato: il nostro cliente ha un’età media di 40 anni, nessuna voglia di andare a perdere tempo in giro per negozi e nemmeno di spendere cifre folli per un abito.

Da chi fate produrre gli abiti?

I fasonisti dei nostri abiti producono interamente in Italia e sono stati selezionati dopo una lunga ricerca e tenendo in considerazione aspetti come metodologie e tecniche di produzione, precisione del taglio, affinità alle metodologie di vendita internet, qualità e velocità di produzione.

Quali sono i mercati dove siete presenti?

Tra i nuovi mercati raggiunti nel 2016, la Francia è quello che ha prodotto i migliori risultati, concentrando circa l’11 percento degli ordini, seguita dagli Usa con il 6 percento e dalla Germania con il 5 percento. L’Italia, con il 69 percento degli ordini, resta al momento il mercato più forte, ma il trend di crescita all’estero è più veloce rispetto al nostro territorio.

Quali sono le maggiori difficoltà incontrate e quali consigli darebbe a uno startupper alle prime armi?

E’ stato difficile trovare produttori in grado di seguirci nell’innovazione di processo, nel senso che abbiamo trovato molte imprese che lavoravano l’abito nella vecchia maniera, senza un approccio digitale. In secondo luogo è complesso reperire figure professionali in grado di vendere un prodotto sartoriale online: per ovviare a questo problema abbiamo preferito investire su figure junior che abbiamo formato internamente. Un altro errore, poi, è stato quello di aprire un temporary shop a giugno: non è un mese ideale per ordinare abiti su misura. Bisogna procedere passo dopo passo, non mettere mai troppa carne al fuoco, non voler andare troppo velocemente.

La terza puntata della serie startup della moda sarà pubblicata giovedì 2 marzo.

Foto: Lanieri press office

Giglio group compra Evolve

Giglio Group, azienda con sede a Roma, ha annunciato l'acquisizione del 100 percento di Evolve, società online di ecommerce che opera nel segento della moda per diversi marchi. Evolve è una società di diritto svizzero finora controllata da Tessilform, a cui fa capo il marchio Patrizia Pepe. L'operazione ha un valore di 5,4 milioni, di cui 1,5 pagati cash e il resto attraverso azioni.

L'azienda capitolina è attiva nel settore del broadcast radio televisivo.

Giglio Group ha archiviato il 2016 con un utile netto pari a 1,7 milioni, in aumento del 69 percento rispetto all'anno precedente, e ricavi pari a 34,7 milioni, in crescita del 152 percento.

L'azienda, in seguito all'annuncio di Evolve, ha fatto sapere che lancerà il nuovo progetto Ibox, ossia un "pacchetto multicanale" che riunirài vari marchi del gruppo in una piattaforma da 90 milioni di euro di fatturato, nove uffici nel mondo e 150 milioni di visualizzazioni quotidiane dei prodotti trasmessi dai canali della azienda. L'obiettivo consiste nell'integrare i servizi di commercio elettronico nei canali televisivi, in una strategia di ecommerce 4.0. "Vogliamo trasformare gli spettatori in consumatori" ha detto Alessandro Giglio, presidente di Giglio Group.

Foto: Evolve via website

Amazon apre una nuova sede a Milano; molte le posizioni aperte

Al momento sono una sessantina le posizioni aperte su Milano da Amazon, ma il colosso dell'ecommerce, che entro l'anno sbarcherà nella sua nuova sede di Milano a Porta Nuova, coninuerà ad assumere persone anche nei prossimi mesi.

Da quando è operativa la sede Amazon di Milano, l'azienda ha assunto 250 persone a tempo indeterminato

Aperto nel settembre 2012, il quartier generale italiano attualmente si trova presso le Regie Poste di via Ferrante Aporti, a due passi dalla Stazione Centrale. Da quando è operativa, la sede di Milano ha creato oltre 250 posti di lavoro a tempo indeterminato. I dipendenti di questa sede svolgono mansioni legate al business e alla gestione del sito, ma anche ruoli più tradizionali e connessi alla gestione aziendale.

Tra le posizioni attualmente aperte sul sito amazon.jobs figurano operations manager, senior vendor manager, account manager, stage editorial, marketing and catalogue manager.

Account e vendor manager sono alcune delle figure ricercate per Milano

Le candidature potranno essere presentate attraverso il sito che è il principale canale di reclutamento dell’azienda.

La nuova sede di viale Monte Grappa, occuperà 17.500 metri quadrati per sostenere la crescita e accelerare il ritmo di assunzioni in Italia e garantirà all’azienda spazio sufficiente per ospitare più di 1.100 lavoratori. “L’ecommerce continua a crescere a un ritmo sostenuto, con sempre più famiglie italiane che scelgono Amazon.it come il proprio negozio online preferito. Per garantire loro un servizio di prima qualità e continuare a lanciare nuove modalità di shopping ancora più comode e semplici stiamo effettuando investimenti importanti e continuando a creare nuovi posti di lavoro”, ha sottolineato François Nuyts, country manager di Amazon in Italia e Spagna. “Da quando abbiamo lanciato Amazon in Italia nel 2010, abbiamo investito più di 450 milioni sul territorio creando più di 2.000 posti di lavoro. Abbiamo inoltre annunciato un piano di investimenti di oltre 210 milioni di euro per costruire due nuovi Centri di Distribuzione a Passo Corese, in provincia di Rieti, e a Vercelli. Oggi celebriamo un nuovo passaggio chiave per Amazon in Italia. Siamo felici che questo eccezionale edificio diventi la nuova sede per il nostro talentuoso team attuale e per tutti coloro che si uniranno a noi in futuro”.

L'azienda attualmente impiega oltre 2.000 persone tra gli uffici corporate di Milano, il centro di distribuzione di Castel San Giovanni e il customer service di Cagliari.

La scorsa estate il big dell'ecommerce ha anche annunciato il nuovo Centro di sviluppo di Torino, focalizzato sulla messa a punto delle capacità di apprendimento automatico di Alexa, l’assistente vocale basata su cloud di Amazon, che supporta Amazon Echo, Echo Dot, Amazon Fire TV e Amazon Tap. Il Centro ospiterà 10 ingegneri che si occuperanno di sviluppare il riconoscimento vocale e la comprensione del linguaggio naturale.

Foto: Amazon website
Prada: ricavi a -10 percento nel FY 2016

Luci e ombre per Prada che ha chiuso il 2016 in calo. La società guidata da Patrizio Bertelli, però, pare aver cominciato questo 2017 con sprint.

Numeri alla mano, il gruppo ha chiuso il 2016 con ricavi per 3,184 miliardi di euro (-10 percento a cambi correnti). Nel dettaglio, le vendite per area geografica hanno segnato una flessione del 12 percento in Asia Pacific. Questa area, ha spiegato il management in una nota, "si è dimostrata nel secondo semestre notevolmente dinamica: in particolare la Cina ha ripreso a crescere a ritmi sostenuti a partire dal terzo trimestre mentre Hong Kong e Macao hanno ridotto significativamente la contrazione riscontrata negli ultimi anni, portando l’intera area Greater China a registrare vendite superiori all’anno precedente nell’ultimo trimestre".

Nel mercato europeo il gruppo Prada ha segnato un -5 percento a cambi costanti

"Come già anticipato commentando i risultati del primo semestre, quest’anno abbiamo attuato una profonda fase di razionalizzazione dei processi operativi e gestionali, peraltro ancora in corso, identificando al tempo stesso importanti linee di azione per lo sviluppo futuro del gruppo. Mi riferisco in particolare alla definizione della nostra strategia digitale, con la costituzione di un team con elevate competenze ed esperienze professionali derivanti dal mondo delle tecnologie digitali e new media. Nel contempo, stiamo anche rafforzando la struttura manageriale in ambito Retail, con l’obbiettivo di integrare il canale on-line e tradizionale in una dimensione veramente innovativa", ha detto Patrizio Bertelli, amministratore delegato dell'azienda quotata a Hong Kong.

Il mercato europeo ha segnato un -5 percento a cambi costanti, risentendo della riduzione dei flussi turistici che ha penalizzato per gran parte dell’anno soprattutto Italia e Francia. Positivo il trend in Russia, con una crescita a doppia cifra, e nel mercato britannico che, dopo un calo registrato nel primo semestre ha invertito il trend e ha chiuso l’anno con un buon tasso di crescita.

Il mercato americano ha registrato una contrazione del 12 percento a cambi costanti. In flessione anche il Giappone, dopo un quinquennio di crescita ininterrotta, che ha registrato nel 2016 un - 13 percento a cambi costanti. Il Middle East si è presentato in calo del 10 percento a cambi costanti, rispetto all’esercizio precedente.

Per quanto riguarda il canale retail, i 620 negozi del gruppo a gestione diretta nel 2016 hanno registrato ricavi pari a 2.635 milioni, -13 percento a cambi costanti, -14 percento a cambi correnti. Il canale wholesale ha registrato ricavi per 504 milioni, +14% a cambi costanti, +13% a cambi correnti.

Al gruppo fanno capo i marchi Prada, Miu Miu, Church’s e Car Shoe.

Foto: Prada press office
Kering sale in borsa dopo il "strong buy" di Raymond James

Giornata al rialzo in Borsa per il titolo Kering, che al momento guadagna l'1,04 percento a quota 232,70 euro. A dare la spinta al titolo, il giudizio degli analisti di Raymond James che hanno dato una valutazione "strong buy" con target price a 270 euro all'azione del colosso francese.

La settimana scorsa l'azienda ha pubblicato i dati del 2016. Quello appena concluso è stato un anno molto buono per Kering. Il colosso, spinto dai successi di Gucci e Yves Saint Laurent, ha archiviato il 2016 con utili operativi in salita del 14,5 percento a oltre 1,88 miliardi di euro. Le vendite hanno superato i 12 miliardi, mettendo a segno una crescita organica dell'8,1 percento.

Gucci, marchio guidato da Marco Bizzarri, ha visto nel 2016 un aumento organico delle vendite del 12,7 percento.

"E' una performance eccellente, Kering ha fatto meglio delle attese del mercato. Il giro d'affari ha registrato la crescita annuale più elevata del gruppo dal 2012, grazie a una accelerazione significativa nel secondo semestre", ha sottolineato il direttore finanziario Jean-Marc Duplaix, nel corso di una conference call con gli analisti, la scorsa settimana.

Qualche mese fa, a Milano, Bizzarri ha spiegato che la strada per trasformare Gucci nel brand più desiderato nel fashion business ha comportato scelte di rottura con il passato.

Foto: Alessandro Michele, Gucci
Aeffe: fatturato a +4,7 percento nel FY 2016

Ricavi 2016 a quota 280,7 milioni di euro, rispetto ai 268,8 milioni di euro del 2015 (+4,7 percento a tassi di cambio costanti, +4,4 percento a tassi di cambio correnti) per Aeffe, società del lusso, quotata al segmento Star di Borsa Italiana, che opera sia nel settore del prêt-à-porter, sia nel settore delle calzature e pelletteria con marchi come Alberta Ferretti, Philosophy di Lorenzo Serafini, Moschino, Pollini, Jeremy Scott e Cédric Charlier.

I ricavi della divisione prêt-à-porter di Aeffe sono stati pari a 215,8 milioni di euro

I ricavi della divisione prêt-à-porter sono stati pari a 215,8 milioni di euro, registrando una crescita del 4,5 percento a cambi costanti rispetto al 2015 (+4,2 percento a cambi correnti). I ricavi della divisione calzature e pelletteria hanno segnato un incremento dello 0,2 percento al lordo delle elisioni tra le due divisioni e sono ammontati a 95,9 milioni.

“Il 2016 si attesta un esercizio positivo nel trend di crescita del nostro giro d’affari, con una buona progressione soprattutto in Italia, Europa e in Greater Cina, con diversi segnali incoraggianti anche per i prossimi mesi. In particolare, nell’ultimo trimestre, riscontriamo il buon andamento del canale wholesale e il positivo impatto sul canale retail, grazie anche alla ripresa dei flussi turistici in Europa. In un contesto che permane comunque incerto, teniamo monitorato il mercato per le opportunità che può offrire, sebbene siamo concentrati sulla crescita organica, anche attraverso il canale dell’e.commerce, business con grande potenziale di sviluppo”, ha detto Massimo Ferretti, presidente esecutivo di Aeffe.

Nel 2016 le vendite in Italia, pari al 44,9 percento del fatturato consolidato, hanno registrato, rispetto al 2015, una crescita del 5,3 percento a 126,1 milioni di euro. A tassi di cambio costanti, nel 2016 le vendite in Europa, con un’incidenza sul fatturato del 21,4 percento, hanno riportato una progressione dello 6,4 percento trainata dal buon andamento di Germania, Spagna e Paesi dell’Est Europa.

Il mercato russo, pari al 3,2 percento del fatturato consolidato, è diminuito dello 0,7 percento e ha mostrato timidi segni di recupero rispetto al calo avvenuto lo scorso esercizio. Le vendite negli Stati Uniti, con un’incidenza sul fatturato dell’8,2 percento, hanno registrato un aumento pari al 2,9 percento a tassi di cambio costanti. Nel resto del mondo, il gruppo ha conseguito ricavi per 62,6 milioni, con un’incidenza sul fatturato del 22,3 percento, in aumento del 3,2 percento a cambi costanti rispetto al 2015, grazie soprattutto all’ottimo andamento dell’area della Greater China, che è cresciuta del 7,1 percento.

Foto: Alberta Ferretti website
Assocalzaturifici: a sostenere il settore è ancora l'export

Un bilancio 2016 vissuto ancora in sofferenza per il settore delle calzature. “La fotografia del comparto è ancora fortemente in chiaroscuro”, ha detto venerdì scorso, durante la conferenza stampa di TheMicam (in agenda fino al 15 febbraio a Fiera Milano Rho) Annarita Pilotti, presidente di Assocalzaturifici. “Il 2016 è stato caratterizzato da serie difficoltà in molte aree: la crisi in Russia e nei paesi dell’area Csi, dove le vendite sembrano aver intrapreso un timido recupero ma restano ancora inferiori del 40 percento in quantità e del 50 percento in valore rispetto a tre anni fa; il rallentamento della crescita in Cina, non più a doppia cifra; l'inversione di tendenza negli Usa che, dopo sei anni di consolidamento, registrano un calo del 3,6 percento in valore. Infine la brusca frenata in Medio Oriente, che perde il 4,9 percento in valore e oltre il 15 percento in volume. In tale scenario siamo comunque riusciti a confermare l’attivo del saldo commerciale e i livelli produttivi in valore”.

Insomma, il settore calzaturiero si presenta all’appuntamento invernale con theMicam, che ha preso il via domenica 12 febbraio, con 1.405 aziende presenti (795 italiane), in un quadro congiunturale complesso, in cui la ripartenza lungamente attesa viene nuovamente rinviata. Sebbene le variazioni negative in volume, dell’export e della produzione, siano abbastanza contenute rispetto all’anno precedente, è proprio il perdurare del trend sfavorevole e il rinvio della ripresa l’aspetto più problematico. "A sostenere il settore è ancora una volta l’export che, nei primi dieci mesi del 2016, registra un incremento del 2,6 percento in valore, grazie al progressivo spostamento dell’offerta verso fasce di prezzo più elevate", ha spiegato il management di Assocalzaturifici.

Sono presenti a TheMicam 1405 aziende

Ai fattori di criticità sui mercati internazionali va poi sommata la persistente debolezza del mercato interno, zavorrato dalla stagnazione ormai quasi decennale dei consumi delle famiglie (ulteriormente scesi nel 2016 dello 0,1 percento in quantità e del 2,4 percento in spesa). Il risultato delle due componenti della domanda è una flessione dei livelli produttivi del 2 percento e nuove tensioni sul fronte occupazionale. "È proseguito durante l’anno il processo di selezione tra le imprese; e il calo registrato nell’ultimo trimestre ha portato in terreno negativo anche il trend degli addetti, scesi a fine dicembre a 76.744 unità (-0,4 percento rispetto a dodici mesi prima)", ha aggiunto il management.

“Senza una politica industriale che sostenga il comparto non so per quanto tempo la filiera potrà ancora resistere”, ha proseguito Pilotti. “L’Italia rappresenta più di un terzo della produzione europea di calzature ed è la piattaforma manifatturiera di tutti i più grandi nomi della moda mondiale. Ma questa grande storia di successo del made in Italy alle condizioni di competitività attuali rischia contraccolpi seri. Abbiamo bisogno di un cambio strutturale e del varo di una politica industriale che vada oltre il perimetro del Piano Nazionale Industria 4.0”.

Nell’agenda di Assocalzaturifici la richiesta di riportare la manifattura italiana al centro del dibattito istituzionale del Paese attraverso l’introduzione di strumenti di politica industriale efficaci, passando per la difesa della qualità e unicità del made in Italy in tutte le sedi internazionali, fino ad arrivare alla richiesta dell’abolizione delle sanzioni Ue inflitte a Mosca.

Foto: Annarita Pilotti, dall'ufficio stampa di TheMicam